
ALESSANDRO LAMARMORA
Prima puntata
IL FONDATORE DEI BERSAGLIERI
|
In
una nebbiosa domenica del 1831, a Torino, le
truppe della guarnigione
nelle loro lucide e classiche
uniformi, al Comando dei
veterani e dei giovani ufficiali, brillantissimi anch'essi, si
schieravano con precise evoluzioni, con esemplare ordine, in Piazza
Madama e venivano passate , come di consueto, in
rivista dal Generale
governatore di Torino, in rappresentanza di S. M. il Rè.
Rivista,
sfilamento, rullo di tamburi, voci di comando, scintillio d'armi,
fanfara reale, saluto al Rè, con l'abbassarsi delle bandiere, e una
salva finale, irreprensibile.
La
solenne funzione era al termine, si alzava ancora nella grigia atmosfera
il fumo degli spari e si
ritirava da una finestra
centrale del Palazzo Reale
un'alta figura...; già
le truppe iniziavano il ritorno
alle rispettive caserme,
per riprendere nel domani, le formali istruzioni di ordine chiuso e la
consueta routine di servizio.
La
brigata Granatieri di Sardegna, muoveva la
prima, ammirevole per
prestanza e fierezza al suono
della Marcia «Al
Principe Eugenio». In testa al
2° Battaglione, la
lacera e gloriosa bandiera dell'Assietta, simbolo guerriero della
secolare Brigata. Segue la Ia Compagnia del Battaglione. La comanda un
giovane e fiero
Capitano, dal pizzo all'italiana, figura
distinta e slanciata:
dai suoi occhi appare l'emozione
mentre, segnando il
passo dei suoi plotoni, volge lo
sguardo deferente e
pensoso, alla sua amata Bandiera.
Il
suo nome? Alessandro Ferrero Della Marmora.
Cosa
passa in quel momento nel suo pensiero, nel
suo cuore?
Egli
concepisce il soldato, anzitutto per la guerra
ed è triste per il
troppo tempo speso alla preparazione delle parate. Soldato, patriota, sa
che nel valore delle
armi è la forza del suo Paese. Vuole che ogni
ora segni una forza
nuova per l'esercito del Piemonte e sente di poter contribuire a tale
forza col perfezionamento delle armi e dei metodi di combattimento
della fanteria.
Lamarmora
ha già concepito il suo fante, costrutta la sua arma ha nel cuore il
suo futuro Bersagliere. È stanco di lucidare i bottoni per le parate.
Alessandro
Lamarmora come Camillo Cavour fu
educato dalla Madre:
Raffaella Berschio vedova di
Ferrero Della Marmora
Marchese Celestino Capitano
nel reggimento Ivrea,
morto a Torino nel 1805.
Madre
e donna di alti spiriti, generosi sentimenti,
allevò la prole sua
numerosa, a nobili propositi, a
maschio coraggio e i
figli altamente l'onorarono. Di
essi, sette
abbracciarono la carriera delle armi; di
questi, quattro furono
generali, due furono insigniti
del supremo Ordine
dell'Annunziata (Carlo Emanuele
e Alfonso).
Il
fondatore dei Bersaglieri, Alessandro Ferrero
Della Marmora, (nome
accorciato con l'uso italiano
di Lamarmora) nasceva a
Torino il 27 marzo 1799 in
tempi non lieti per il suo Paese; era ancora lattante quando a Marengo
tuonava il cannone che riapriva le porte del Piemonte ai Francesi di
Napoleone. A
14 anni, mentre i fratelli maggiori servivano nell'esercito francese, fu
nominato paggio di S.A.R. il
Principe Borghese
governatore del Piemonte ed educato dal Conte di Provana che nulla
risparmiò per la sua
educazione.
L'anno
dopo tornato il Rè in Piemonte con la restaurazione, Lamarmora ebbe la
nomina a sottotenente nel Reggimento Granatieri Guardie comandato
dal Marchese Del Borgo.
«
C'était le plus Heureux des hommes » (scriveva
sua
sorella dopo la morte del fratello Alessandro in
Crimea)
« car il était tout militaire et s'y distingua
de
suite. L'orsqu' il était bien enfant une petite demoiselle,
M. de Sordevole, lui disait. « II faut m' épou-ser». — Très
volontiers, ditil, mais attends que j‘ aie perdu un bras a une grande
bataille».
Quando il Piemonte mandò un Corpo
d'Armata a Grenoble
contro Napoleone sbarcato in Francia dall'Isola d'Elba, il battaglione
del sottotenente Lamarmora non fu compreso nella spedizione; ma egli
volle partire e ottenne
di sostituire un vecchio ufficiale portabandiera partente a nome «Pajan». Giunti i Piemontesi a Grenoble, Waterloo aveva posto fine alla campagna.
A Grenoble, Lamarmora, appassionato
cacciatore, maneggiando
della polvere da caccia, gli si infiammò nelle mani, minacciando di
togliergli la vista e
offuscandogli la lucentezza degli occhi. Perdette inoltre nell'occasione, una falange di un dito che gli venne poi amputata. Con tutto ciò il bravo sottote-nente, non
volle porsi a letto e ancora fasciato rientrò a Torino alla testa dei
suoi granatieri e alla spalla la
vecchia bandiera del Reggimento.
Da quella spedizione ebbe il soprannome
di « Pajan » che onora
il suo spirito militare. Alessandro amava la vita dei campi, le marce,
la caccia più della
società torinese. Forte marciatore lasciava spesso Biella al mattino per giungere, cacciando, la sera a Torino.
Ancora giovane dimostrava amore alla
meccanica e teneva in
casa una piccola officina per .fabbricare utensili da caccia. Leggeva moltissimo materie storiche militari
e sognava i « Bersaglieri ». Più tardi concepiva il suo fante piumato
fra gli studi di arte militare
seguendo il progressivo miglioramento dell'e armi da fuoco negli eserciti europei. Non appena in possesso della sua parte paterna e durante i permessi militari viaggia all'estero per raccogliere dati sulle truppe speciali. Con questo corredo tecnico, alimentato da caldo
spirito militare e amore di Patria, presenta nel 1831 al Ministro della
Guerra una relazione sulle
truppe leggere ed insieme una proposta per esperimentare una Compagnia
di Bersaglieri, armata con carabina
da lui modellata e composta. La proposta non è accolta, richiedendo, gli si risponde, radicali trasformazioni e spese non consentite nell'attuale momento dal bilancio e da ragioni politiche; lo si fa sperare in un prossimo avvenire. Lamarmora non cede; continua a perfezionare la sua carabina e vuole far giungere la sua proposta al Rè; egli è della generazione di
Gioberti, di Balbo, d'Azeglio; sente l'avvicinarsi di tempi nuovi e ben
sa che Casa Savoia non ha
mai evitato di compiere sacrifici in denaro per la forza dell'esercito. Nelle vene del giovane capitano scorre buon sangue guerriero; è figlio di soldato, fratello di
soldati che hanno portato con onore le armi piemontesi tra quelle francesi di Napoleone su tutti i campi d'azione e dai fratelli, Lamarmora, ha raccolto ricca
esperienza militare. Ai convegni di famiglia partecipano patrioti
lombardi, veneti sfuggiti all'oppressione austriaca che eccitano alla
guerra contro lo straniero e riaccendono nell'animo del creatore dei
Bersaglieri nuove speranze per la realizzazione dei suoi ideali militari.
Alessandro Lamarmora, per la vita, per
il successo dei suoi Bersaglieri, doveva dare tutto se stesso, il suo patrimonio, il suo sangue e all'esercito la sua stessa esistenza.
Nel 1835 il terreno è ormai maturo per innovazioni militari e per un più efficace impiego della fanteria la quale nello sviluppo della sua azione, ha sempre richiesto un appoggio di fuoco ed elementi scelti speciali per aprirsi la via al successo quando più non la sorregge l'appoggio potente del cannone. " Credere il contrario ", scriveva Lamarmora " é esporsi a terribili sorprese ".
Fra il Sovrano, desideroso d'accrescere le forze militari e l'ardito innovatore, malgrado le resistenze di un ambiente locale conservatore, si era determinata una corrente di armonico pensiero militare che permise al Rè di apprezzare le qualità e gli sforzi del distinto Granatiere e di sentire i favorevoli giudizi di ufficiali della scuola di Lamarmora. Nel 1835 una nuova proposta viene accolta e S. M. decreta la formazione di due compagnie di bersaglieri. Il Regio Decreto porta la data del 18 giugno 1836. Il Natale del Corpo data Incisa per sempre nel bronzo e nel cuore di tutti i Bersaglieri. nella prossima puntata "Uomini selezionati" |