ALESSANDRO LAMARMORA
quinta puntata
IL NUOVO FANTE
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Lamarmora, ben compreso sulla necessità della forte disciplina e dello spirito di Corpo per la vita e il successo delle truppe speciali, volle il suo bersagliere come il granatiere eletto nel campo dell'onore, della disciplina e del dovere. Egli aveva portato per 22 anni i bianchi alamari dell'Assietta e i Bersaglieri son sempre lieti di chiamarsi figli dei granatieri. La prima Compagnia dei Bersaglieri sortita dalla scelta del fondatore (1836) in tutti i reggimenti di fanteria granatieri dell'esercito Piemontese portò in riga 13 Granatieri e fu il maggior contingente dato da un solo reggimento ai bersaglieri. Il primo a vestire la divisa da bersagliere ed essere presentato a S. M. il Re Carlo Alberto, fu un Granatiere: il Sergente Vaira. La nobile discendenza del glorioso vecchio ceppo dei granatieri fu onore e fortuna al giovane Corpo di Alessandro Lamarmora che ha conservato nel sangue dal 1848 in poi la sua gloriosa parentela coi granatieri di Sardegna. I primi favorevoli giudizi sul nuovo fante di Lamarmora ci giunsero dall'estero. Il Generale tedesco Deker scriveva: « I bersaglieri, vestiti ed armati in modo speciale, ben addestrati ai combattimenti isolati, formano una mirabile fanteria leggiera che, a nostro avviso, è solo superata dagli zuavi di Algeria ». Il visconte Chulot, francese, nei suoi studi sull'Esercito sardo, fa noto che il Re Carlo Alberto non si è limitato a fortificare qualche punto importante delle Alpi, ma ha creato il Corpo dei Bersaglieri, o Cacciatori a piedi, la cui formazione è un progresso dell'arte militare di Sardegna. Nel 1838, la Francia costituisce anch'essa un corpo di tiratori che ha molta rassomiglianza con i bersaglieri di Lamarmora. La imitazione si fa quasi evidente quando una commissione di ufficiali francesi presente alle manovre piemontesi nel 1839; fa un esame accurato, minuto, delle nostre compagnie bersaglieri. I francesi avevano intuito il valore del fattore movimento e tiro, il combattimento a quadriglie, la difesa contro la cavalleria, operazioni queste, caratteristiche nei bersaglieri di Lamarmora. Nessun corpo estero modellato su quello dei nostri bersaglieri, poté mai raggiungere le qualità to-talitarie del corpo di Lamarmora. Esso non può copiarsi se, nell'organizzazione, manca un solo dei materiali che concorsero a crearlo. Nello « Spectateur militaire » dell'epoca si legge : « Il battaglione dei tiratori piemontesi di recente creazione, armato di carabina tipo Delvigne, è chiamato a sviluppare una azione importante sopratutto nelle guerre di montagna». Nel 1844, la stessa Rivista, dopo aver descritto le varie parti e l'arredo dei bersaglieri, giudica il cappello, per quanto originale, la sola copertura che possa forse garantire il soldato, tanto dal sole quanto dalla pioggia; e prosegue poi: che l'impiego dei bersaglieri al Campo non si può paragonare a quello che costituisce la sua specialità in guerra; è certo però che sarebbe impossibile di trovare dei tiratori più scaltri e più intelligenti. Il tiro che hanno eseguito alla presenza del Re e da S. M. premiato, non avrebbe potuto dare migliori risultati. In un successivo articolo, si ammirano i bersaglieri di fronte alla cariche di Cavalleria, alle quali erano frequentemente sottoposti da Lamarmora per abituarli alle sorprese e alle minacce degli squadroni. E conclude: « La fanteria scelta era fresca alla fine della manovra come al principio della giornata. Di quando in quando dei gruppi di bersaglieri che si scoprivano all'orizzonte, attraverso le cariche degli squadroni turbinanti nella pianura, provavano la scaltrezza di quegli uomini che la cavalleria, la più solerte non saprebbe sorprendere. Il Re ha seguito con vivo interessamento tutti i movimenti della manovra ». Voglio ancora riportare un ultimo giudizio della stessa rivista, di qualche anno dopo, che dipinge al vero i bersaglieri di Lamarmora in azione. « I Bersaglieri si avanzano al suono delle fanfare e al passo accelerato. Per questi uomini mobili ed energici — nessuna distoma — ciò che non possono raggiungere con la corsa lo raggiungono con la palla delle loro carabine ». Nella educazione fisica Lamarmora è anche originale e Maestro. La sua scuola è collettiva, pratica, di campagna, non di palestra, atta questa a produrre solo specialisti. Lamarmora previene sempre i tempi e oggi il suo metodo è largamente esteso a tutta la fanteria. Egli poi accresce l'efficacia della sua scuola personalmente dirigendola e precedendo con lo esempio. Alcuni ricordi: Lamarmora, lanciatore e tiratore abilissimo faceva percorrere spesso ai bersaglieri distanze fisse con premio in denaro della sua borsa; spesso si prendeva parte di persona per animare con l'esempio: egli vinceva il più delle volte, ma uno scudo non mancava mai al bersagliere, il primo dopo di lui alla mèta. La corsa, come il passo rapido, era andatura normale per i bersaglieri anche nell'interno della caserma e fuori servizio. Costituiva cosi un allenamento facile e progressivo per la celere andatura. chiamati dal superiore, presentarsi al passo era una mancanza anche per gli ufficiali di qualunque grado. Spesso i ritardatari alla ritirata ricevevano perdono se riuscivano ad introdursi in caserma con pericolosi scavalcamenti di muri e finestre. Si narra che Lamarmora con i suoi bersaglieri, dopo aver assistito alla partenza di S. M. il Re che da Torino si recava a Genova, varcassero a passo ginnastico la collina torinese per rendere poi gli onori a S. M. a Villanova d'Asti, giungendo prima del Re che viaggiava in carrozza a quattro cavalli. Un giorno Carlo Alberto si reca in Piazza d'Armi per vedere i bersaglieri: non li scorge; «Li vedrà subito» dice Lamarmora, presentandosi a S. M. Un cenno, uno squillo, dalle piante scendono giù a stormo i bersaglieri e in un baleno si mettono in parata. Intanto sui campi di Ciriè e S. Maurizio ove convenivano osservatori militari esteri gli esercizi dei bersaglieri apparivano distinti per la loro verosimiglianza alla guerra. La storia poco ha raccolto sulla vita personale e intima del Generale Alessandro Lamarmora. La sua non lunga esistenza è tutta data per la forza dell'esercito e per l'Unità d'Italia. La modestia dell'uomo è pari alle virtù di soldato e di cittadino. Il suo appassionato obiettivo: I Bersaglieri. La sua proposizione del 1835 a S. M. Carlo Alberto per la formazione dei Bersaglieri vergata di pugno da Lamarmora preziosissimo cimelio del Museo dei Bersaglieri, richiama alla poesia delle origini e fa rifulgere nel suo splendore la mente elevata, serena, l'amore alla Patria del Padre dei Bersaglieri che, creando le prime compagnie e portandole vittoriosamente al battesimo del fuoco, pose germi fecondi che resero i bersaglieri gloriosi e cari al popolo italiano. nella prossima puntata " La prova " |