
ALESSANDRO LAMARMORA
Nona puntata
MORTE DI LAMARMORA
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Nella guerra in Crimea (1855) — avvenimento storico
di primo piano per l'Italia —, i Bersaglieri conquistarono
la fama accanto alle migliori truppe del mondo.
L'ammirazione e la simpatia generale per la bella condotta
dell'esercito sardo in quella campagna, si concentrò
verso il nero e piumato fante di Lamarmora e il bersagliere venne
d'allora a rappresentare il
soldato Italiano.
In Crimea la fama si accompagnò al dolore. I bersaglieri
perdettero Alessandro Lamarmora colpito da colera. Il doloroso rimpianto per la grande sciagura generò nei bersaglieri il
sentimento di venerazione che circonda
come un mito la figura del loro creatore e la tacita promessa di mostrarsi sempre degni di Lui.
Alessandro Lamarmora fu tra i primi a voler partire. La guerra era la
sua esistenza. Avrebbe voluto comandare un'unità di bersaglieri; il
desiderio non fu
appagato. Ebbe il comando di una Divisione e
mantenne l'Ispettorato del Corpo.
Il Generale Alessandro Lamarmora lasciava Genova la sera del 19 maggio
1855.
Partenza silenziosa, senza omaggi di autorità ed esultanza
di popolo così, come la voleva la grande modestia
e semplicità del Padre dei Bersaglieri.
Lo Stato Maggiore del Generale (Capo di S. M.: Maggiore Pairino — Capitani: Mazè Rapallo
— Aiutanti di campo: Giuseppe Colli e Borromei — Ufficiali
addetti: Caccialupi - Mazzoleni - Valentani — Ufficiali aggregati:
Cencio Ricasoli - Ottaviano Vimercati.) si riunisce al Palazzo
Ducale di Genova sede del Comando.
Sono le nove di sera. Di là si avviano al porto attraversando
la città a piedi.
Lamarmora è in testa al gruppo con la moglie, i due cuori uniti da soli
dieci mesi di matrimonio si dicono addio per non vedersi più. Il
Generale ha lasciato alla consorte le indicazioni necessarie per chiedere la pensione in caso di sua morte; un
anticipo di quattro mesi per i consueti aiuti pecuniari ai
poveri e alle famiglie bisognose dei suoi bersaglieri.
A bordo delle navi si organizzano i posti. Niente cabina
di lusso. Nel salotto della nave il Generale ha per letto il divano, i
due ufficiali d'ordinanza Ten. Colli e
Borromeo riposavano a terra ai suoi piedi.
Il piroscafo alle ore dieci di sera salpa per la lontana Tauride.
Ricordava molti anni dopo il Conte Emilio Borromeo già suo aiutante di
campo :
«Durante la traversata il Generale sempre affabile con tutti si
inquietava solo per l'ozio al quale era obbligato ed avrebbe voluto accelerare la marcia.
Il 28 maggio si arriva a Balaclava. Il 29 sbarco.
Nelle prime giornate, rapido riordinamento del campo e
ricognizioni del terreno. Il Generale è in-stancabile ».
Tra i disagi, il caldo soffocante, la mancanza dei conforti
logistici aggravata dall'incendio di un nostro trasporto,
il Cresus, Lamarmora non riposa perché vuole la sua Divisione pronta ad ogni evento.
I doveri del comando, le ricognizioni, il colera che serpeggia
nelle file, non impediscono al valoroso Bersagliere di scrivere alla
moglie ma le lettere giungono alla
consorte dopo la sua morte. Esse sono piene di serenità
e di conforto malgrado le angustie dei primi giorni di campo e la salute non buona.
I piemontesi ansiosi di battersi si schieravano, nel
giugno 1855 a fianco degli alleati sulla Cernaia.
Un nemico più crudele, più micidiale della guerra li
attendeva in agguato: il colera Morbus.
I
primi casi nell'Esercito Sardo si erano manifestati alla fine di maggio.
Dopo pioggie dirotte il morbo crebbe d'intensità. Il 30, quarantasei
casi, il 31 giugno 226. I più colpiti sono i Bersaglieri. Il primo
ufficiale morto il Tenente Toselli del Corpo. I mezzi profilattici sono
deficienti.
Il Generale Alessandro Lamarmora ha l'incarico dal
fratello Alfonso, capo della spedizione in Crimea, d'ispezionare
l'infermeria dei colerosi a Kamara, male organizzata, poco sorvegliata; deve informarsi come proceda
il servizio e redigere un particolareggiato rapporto.
Lamarmora già dal suo arrivo era indisposto, si curava a
suo modo, ma il dovere prima di tutto; egli era
lieto di portare in aiuto ai sofferenti la sua esperienza, il suo cuore
generosissimo.
Compie un'accurata ispezione la mattina del 4 giugno
reduce da una ricognizione notturna; poi torna al suo posto di comando.
Il colera lo attacca il giorno dopo. Nella notte sul 6
giugno i suoi ufficiali lo sentono gemere sotto la tenda, accorrono, lo confortano, il Generale ringrazia e dice loro
che conosce troppo bene il colera e che non vi è più rimedio ne speranza.
Il fratello Generale Alfonso prontamente avvisato lo fa trasportare
presso il suo Quartiere Generale a Kadikoi.
Scrive nelle sue memorie il Conte Emilio Borromeo, aiutante di campo del
Generale: «…il dottor Testa si sedette nell'ambulanza, io a
cavallo di fianco alla stessa. Si marciò adagio per diminuire le
sofferenze dell'illustre ammalato, la voce di Lui non sentivasi che per
ringraziare ».
« A Kadikoi il Generale fu ricoverato in una casetta: tre stanzette
— tre tuguri — su di un piccolo letto
da campo ricoperto con coperte di cavalli e plaid ».
Si apprestano al Generale le più affettuose cure adeguate
ai mezzi disponibili che sono scarsissimi. Giunge il fratello Alfonso — apprende che il caso è disperato
— la tecnica non conosce rimedi. Le atroci sofferenze,
la debolezza estrema non consentono al morente di esprimere desideri e saluti.
Verso sera il Generale è più calmo; si spera ancora ma Alessandro
Lamarmora si prepara a morire da
forte. Lo circondano da molte ore il fratello, il Tenente Colonnello St.
Pierre che rappresenta i suoi Bersaglieri,
il dottor Comisetti, il bravo cappellano Cochetti, il fido vecchio attendente bersagliere Gaudenzio.
E' notte, il morente nel delirio sogna la breccia, l'assalto, là ove avrebbe
voluto morire in testa ai suoi figli piumati.
Alle ore 1,30 del 7 giugno 1855, il Creatore dei Bersaglieri
esala l'ultimo respiro.
La triste notizia giunge al campo raccogliendo l'unanime
rimpianto.
Il valoroso Generale era giunto in Crimea accompagnato da molta popolarità e simpatia. Forte è il
dolore tra i bersaglieri, il Comandante, Tenente Colonnello St. Pierre, commemora il Capo con
queste note sul taccuino di guerra :
«I decreti della Provvidenza sono compiuti.
Il Generale Lamarmora nostro Ispettore che ancora ieri mattina speravamo
di salvare, soccombette alla malattia questa mattina alle ore una e mezza.
Sino dalle 5 pomeriggio di ieri, avendo appreso dal medico inglese che
non si sentiva più battere il polso, avevo perduto ogni speranza. Infatti in quel momento i suoi lineamenti
si affilarono e presero quel carattere che suole imprimere la morte.
Egli è spirato da buon
cristiano, tranquillo, rassegnato. Quando i suoi lineamenti
si scomposero, il coraggio mi venne meno e non ebbi la forza di chiudergli gli occhi.
Stamattina lo abbiamo portato all'ultima dimora con un
accompagnamento modesto come Lui.
Egli era un nobile cuore, devoto al Re, alla Patria, appassionato per i
bersaglieri che egli aveva creati
e che sono cresciuti sotto le sue mani. Il Corpo ha perduto il migliore appoggio e il suo Maestro.
Coloro che gli sopravvivono non valgono l'Estinto.
Che Iddio abbia l'anima sua, come Egli porta seco il
rammarico di tutti coloro i quali lo conobbero da
vicino al pari di me e poterono apprezzarne tutte le doti.
Nel 1848 fu il primo ferito a Goito: nel 1855 è la prima vittima di nome che soccombe in Crimea. Suo fratello il nostro Comandante Supremo, ha perduto in lui un avveduto consigliere; il Re e l'Esercito un vero Generale. I Bersaglieri un Padre amato. »
I funerali ebbero luogo lo stesso giorno della morte,
alle ore 10.
Le spoglie di Alessandro Lamarmora avvolte di una
coperta di lana, accolte da una modesta bara, venivano
sepolte sul dosso di una collinetta quasi di fronte al villaggio di Kadikoi presso il quale erano accampate
le truppe Piemontesi.
Lamarmora lasciava i suoi figli piumati diciannove anni dopo la loro
nascita. Breve lasso di
tempo se si considerano gli avvenimenti di quel
periodo storico: la grave ferita del Generale a Goito, la campagna del 1849, la sua carica di Capo di Stato
Maggiore, la rivolta di Genova, il Comando della
nuova Divisione.
Il suo pensiero però, il suo animo, i suoi mezzi fisici-materiali-morali
furono sempre per i Bersaglieri, mosso sempre da profondo patriottismo e
poesia militare
diretta al bene dell’esercito e del Paese. Morto, lasciava ai
Bersaglieri le sue leggi militari, l'esempio delle sue virtù, lo
spirito nobilissimo e valorosi discepoli, che attraverso alterne vicende,
superando non pochi ostacoli, seppero mantenere e gelosamente sviluppare l'eredità di una preziosa e sacra
tradizione.
Le glorie del Corpo dei Bersaglieri hanno dato l'oblio
a quel mesto ricordo e oggi Alessandro Lamarmora rivive col valore
secolare dei suoi figli piumati nel
grande cuore del Popolo Italiano.
nella prossima puntata " Appendice finale " |