
ALESSANDRO LAMARMORA
Decima puntata
Sintesi del Generale Renato Piola Caselli
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Lasciando
la cornice, riportiamo lo sguardo sulla figura di Alessandro Lamarmora e ricordiamo in breve spazio
le sue qualità personali e i principi che lo guidarono alla creazione
del Corpo dei Bersaglieri.
Lamarmora
ha tutte le qualità del soldato, le doti del Comandante, del Maestro Militare, la fiamma del Patriota.
Con
tali qualità precede con l'esempio. Fautore appassionato d'una idea, la realizza con la sua mente elevata,
la meditazione, lo studio, l'esperienza, la cura del
particolare, la forza del carattere. Creato il Bersagliere gli infonde
il calore del suo spirito e incide nel Corpo una indistruttibile impronta.
Nelle
più brillanti pagine della storia dei Bersaglieri si rileva il suo
spirito e la sua scuola.
Procede nella sua opera senza esaltazioni, senza appoggi.
Dopo il successo alla prova del fuoco, si mantiene modesto, ma persevera
tenacemente nello sviluppo e nel perfezionamento del Corpo difendendolo dall'ignoranza
altrui.
Di sé, non una parola, la prima, dopo la gravissima ferita di Goito, è
quella per far giungere al campo ai suoi Bersaglieri degli accessori della carabina da lui inventata che teneva
in una valigia.
Promosso generale pensa ai bersaglieri e prega il Re di
mantenergli l'Ispettorato del Corpo.
Alla insurrezione di Genova (1849) accorre per comandare i Bersaglieri;
li guida senza proclami, sicuro del suo
ascendente, del suo esempio e i Bersaglieri lo seguono,
lo seguiranno sempre, anche lontano, anche morto
con la Sua visione nel cuore.
Nella vita privata è di una semplicità estrema; promosso
comandante la Divisione di Genova, annunzia la promozione alla futura
moglie come cosa secondaria in fondo a una lettera.
Brillante
nello spirito, natura geniale, non trascura il lato pratico e lo traduce
in realtà con l'azione
della carabina, della baionetta, della manovra.
Con
le sue teorie ancora oggi moderne, precorre i tempi; intravede la fanteria moderna, presagisce il miracolo
della Camicia Rossa, e installa nell'anima bersagliera
la futura anima patriottica.
L'Embrione
nelle sue Tavole è talmente sano e ricco di principi militari si da svilupparsi robusto, ca-pace di
piegarsi alle esigenze dei tempi; di cedere se necessario una parte della sua vitalità bellica per
concentrare tutta la vigoria nell'altra.
Egli
non lega i Bersaglieri ai mezzi permettendo l'applicazione dei nuovi. Il Bersagliere mantenendo la scelta e
i principi base, può evolvere nelle forme, nei mezzi,
ma il suo cuore rimane.
Lamarmora
non vuole teorie assolute il più delle volte smentite dalla pratica.
Sotto
la corazza esteriore, batteva un nobilissimo cuore. Per sé, nulla. La sua vita, la sua sostanza ai Bersaglieri,
alla Patria. Alla sua morte non rimane alla vedova
che la pensione.
Nel
colera di Genova (1854) non bada a sacrifici, concorre a liberare la
città dal morbo, ne studia ne intuisce
fra i primi il bacillo.
In
Crimea, con la salute già scossa, non smonta da cavallo finché la sua Divisione non è pronta al
fuoco Accorre
a sostegno dei compagni colpiti da colera e di colera
muore.
Lamarmora intuì il suo Bersagliere traendolo dalla gloriosa e secolare
fanteria Piemontese.
Alla prova del fuoco il piumetto sventolò di virtù militare. Il nome di
Bersagliere divenuto popolare, si
diffuse nelle generose file dei Bersaglieri volontari e dalle
Alpi al mare il fante di Lamarmora significò il
soldato d'Italia.
I Bersaglieri tennero alto il Suo nome e degni furono sempre del glorioso
ceppo da cui furono germogliati.
L'Italia li ammirò, li fece suoi perché suoi erano nel
sangue e nello spirito.
Lamarmora lasciò un monumento nazionale vivente.
La fede in lui, il suo valore, la sua abnegazione sono
sacro tesoro imperituro.
Ricordare Lamarmora è per i Bersaglieri una gioia vivace,
per il Paese un dovere santo.
Generale RENATO PIOLA CASELLI
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