ALESSANDRO LAMARMORA

quarta puntata

DIVISA E CAPPELLO

Nell'arredamento, nel vestiario Lamarmora dimostra le sue spiccate qualità tecniche, ottimo senso pratico. spirito geniale e artistico. Egli volle porre l'abbigliamento, le armi in rapporto al servizio dei bersaglieri « tenendo presente di ridurre il peso ai minimi termini col togliere il superfluo, scegliere oggetti che richiedono poco tempo per la cura mercé la qualità della materia loro; esimersi per quanto si può dalla vista del nemico mediante la scelta dei colori oscuri e tenere presso di sé quanto fa d'uopo per difendersi dal freddo massimo, dalle intemperie alpine, dalla dirotta pioggia, e dalla fame.

Lamarmora ottenne così il bersagliere robustamente equipaggiato e vestito, più indipendente, più leggero del fante pur avendo 40 cartucce in più. Molte delle sue invenzioni tutte approvate, vennero più tardi adottate dalla fanteria.

Era naturale che questo suo soldato cosi nuovo anche nel vestito e nella manovra meravigliasse e sollevasse molte critiche un secolo fa. Narra il Corsi: 

«... Sul cadere di un di piovoso, io giungevo a Torino venendo da Alessandria. La pesante vettura che mi portava insieme ad una dozzina di persone, svoltando sulla Piazza della « Gran Madre di Dio » infilava rapidamente il ponte sul Po; quando l'occhio mio curioso in mezzo a tante cose, per me nuovissime, si fermò sopra una strana figura di uomo nero, che stava piantato proprio là, all'uscita del ponte. Un capellaccio a larghe tese, messo a sghim-bescio, un mantelletto serrato al collo e stranamente corto, calzoni di foggia militare e di sotto al mantello, l'estremità di uno schioppo e la punta di un fodero d'arme. Cappello e mantèllo grondavano d'acqua; era già buio e la carrozza andava a galoppo. Non vidi in quel nero, ne viso ne mani e non so quale idea mi passasse pel capo, ma ricordo che mi trovai in vena di buon umore. Io stavo per chiedere chi fosse quella bizzarra figura, quando uno dei miei compagni di viaggio esclamò, additando appunto a quella specie di gnomo « il povero bersagliere ». Fu la prima volta che udii proferire questo nome e davvero, l'impressione fattami a primo aspetto, dal primissimo che vidi degli uomini cui quel nome si appellava, non fu ammirativa. Vidi poi per le vie di Torino altri di quei soldati senza quello strano mantelletto, col pennaccio svolazzante, in farsetto succinto, svelti, vivaci, risoluti.

Mi furono dette di loro mirabili cose: che erano capaci di fare tre chilometri di corsa in 20 minuti, e poi scavalcare muraglie, inerpicarsi per groppi e balzi, saltar fossi e siepi, poi tirare a segno a colpo sicuro a sette od ottocento passi.

Benché allora non avessi idee nette in fatto di milizia, e forse appunto a motivo di quell'ignoranza, tutto ciò mi seppe di ciarlataneria e non osai dar torto a coloro, forestieri o piemontesi, cui quella divisa pareva stravagante e sgraziata e quella gente, piuttosto una banda di guerriglieri che un corpo di soldati. Una mattina, là dietro Piazza Vittorio Emànuele, udii un infernale disaccordo di stridule trombette e vidi sfilarmi dinnanzi in un minuto, un 400 di quei diavoli turchini; andavano a passo speditissimo, quasi a slanci, curvi sotto il peso di enormi zaini, con le carabine in bilancio. Tutto quello scuro, quei neri pennacchi svolazzanti, quello stridere di trombe e quel passo precipitoso avevano un certo che di tempesta da scuotere i nervi ed infiammare il cervello. «... Li rividi in autunno sulle lande di S. Maurizio, stormeggiare sparsi e tirare a segno. Erano davvero svelti corridori e tiravano a meraviglia». «... Avevano a confronto dei sistemi tattici: il vecchio, che sul finire dell'epoca napoleonica, cominciava già a declinare ed un nuovo in prova. La guerra dirà quale sia il migliore dei due. Bisogna dunque aspettare la prova del fuoco». La prova venne ad affermare palesemente, che l'istituzione di Lamarmora costituiva un grande progresso militare e ringiovaniva la tradizione secolare del valore piemontese.

Il cappello piumato fu l'oggetto che concorse a rendere esteticamente tipico in Europa il bersagliere italiano insieme alla mantellina e al passo celere. Il primitivo cappello aveva guarnimento di metallo semplice e leggero, l'ala posteriore alquanto abbassata per riparare la nuca dagli ardori del sole ed impedire alla pioggia di penetrare nel collo. Il berretto era un copricapo di lana necessario per dormire all'aperto e si poteva portare sotto il cappello. Il fetz rosso venne a sostituirlo, forse ad imitazione degli Zuavi francesi con i quali i bersaglieri rivaleggiavano sui campi della Cernaia, in Crimea e più tardi, a Palestro nella campagna del 1859.

Il caratteristico piumetto divenne segnacolo di slancio e di virtù militari; si diffuse nelle file generose dei volontari e sventolò poi in tutta la penisola il nome di bersagliere.

nella prossima puntata " Il nuovo fante "