ALESSANDRO LAMARMORA

settima puntata

AZIONE CONTINUA

Mentre Lamarmora giace ferito i suoi bravi figli si fanno onore. Si distinguono a Pastrengo, a S. Lucia per pronta iniziativa, slancio, coraggio.

Quando la guerra si fa più difficile e dura i bersaglieri raddoppiano di valore e sono esemplari nella resistenza, l'autonomia personale, l'iniziativa a favore della fanteria.

Dimostrano di essere ben preparati al tiro. Caduta Peschiera — narravano alcuni ufficiali austriaci prigionieri — che i bersaglieri durante l'assedio alla piazza, avevano due volte consecutive, reciso col tiro delle loro carabine lo stoppino di innescamento dei pezzi austriaci della piazza pronti a far fuoco.

Nel secondo periodo della campagna i bersaglieri operano all'estremità della nostra lunga linea. Sulla sinistra resistono vittoriosamente in montagna, a Corona, a Rivoli. Al combattimento di Corona 18 giugno, data fatidica che ricorda il Natale dei Bersaglieri, Lamarmora si fa trasportare sul campo di battaglia.

«Ho l'immensa soddisfazione di abbracciare l'amato e valente nostro Colonnello » — scriveva il Capitano Cassinis fra i migliori ufficiali del Corpo — « è sofferente ma non ci bada, è lieto di lodare la mia compagnia......

L'episodio di Governolo merita una breve narrazione perché è una azione di piccola guerra tipica per i bersaglieri, e risponde al caratteristico impiego voluto da Lamarmora.

Il paese di Governolo è posto alla confluenza del Mincio col Po. Occupato dagli austriaci, minacciava la destra dei Piemontesi che assediavano Mantova. Si decide di occuparlo; l'operazione non è facile, perché il presidio nemico è al di là del fiume e per giungere alla Piazza è necessario passare a viva forza un ponte, parte in muratura e parte in legno con levatoio.

Il Generale Bava decide di avanzare col grosso di fronte e attaccare di rovescio e di sorpresa coi bersaglieri. La loro impresa è ardita e difficile; se scoperta anzi tempo, la vittoria è del nemico. Eccoli alla prova.

La sera precedente all'attacco, la 2" Compagnia del Capitano Lyons è a Borgoforte (sinistra Po); sale su due grossi barconi, attraversa il fiume, sbarca sulla riva destra a S. Benedetto. Giunge colà il Generale Bava, da le sue istruzioni e offre a Lyons dei rinforzi. Il Capitano rifiuta, « ha piena fede nella sua seconda ».

A S. Benedetto, sei bersaglieri ricevono sei tamburi dalla locale Guardia Nazionale.

Verso le due di notte del 18 luglio, la Compagnia rimonta sui barconi e scende il Po diretta al suo destino. A Sabbioncello è ancora notte: si fermano per sbarcare sulla riva sinistra nemica.

Lascio la parola ad un reduce della classica impresa, il Colonnello Casella, (Bersagliere della Compagnia Lyons : « II Capitano Lyons prima di sbarcare ci tiene questo discorso:

« Come avete visto a S. Benedetto, venne da me il Generale Bava il quale mi offrì altre compagnie di rinforzo, ma io, sapendo quanto è valorosa la mia compagnia, ho risposto che la compagnia che seppe tanto distinguersi a Goito e a S. Lucia si sentiva tanta forza e coraggio di affrontare da sola l'onorifico incarico e respingevo quindi qualunque aiuto. Io ho avuto fiducia in voi, voi abbiatela nei vostri superiori.

Prima di scendere lasciate i vostri zaini nei barconi, poi con tutto silenzio andremo ad attaccare il nemico alle spalle. Ricordatevi che dobbiamo vincere o morire perché appena sbarcati, i barconi passeranno sulla destra del fiume e da questa parte non vi è più per noi ritirata. Ad Ostiglia, Pradella, Govemolo, vi sono austriaci, «siamo attorniati da loro; dobbiamo quindi andare avanti, sbaragliare i nemici a Gover-nolo, abbassare il Ponte sul Mincio, per dare mezzo ai nostri che sono al di là del fiume, di unirsi a noi.

Se io venissi a morire prenderà il comando della Compagnia il Tenente Testa; mancando lui sarebbe rimpiazzato dal Tenente Borrone e così di seguito; dopo gli ufficiali i sott'ufficiali e persino i bersaglieri più anziani; ma siavi sempre qualcuno al quale devesi obbedire per avere la vittoria ». "

Così parla un Comandante che ha carattere, coraggio, intelligenza.

Scesa la Compagnia, ogni capo plotone riceve dal Capitano i suoi compiti. Un trombettiere è lasciato a ciascun plotone, gli altri, con tamburi, formano un quinto plotone. In marcia su Governolo s'incontra un contadino. Lyons gli domanda se gli austriaci sono lontani. Risponde: «Circa un miglio, ma non si arrischi andare troppo innanzi perché sono molti assai». Il Capitano lo getta a terra con uno spintone, perché non vuole che impressioni i suoi con notizie paurose. La Compagnia procede silenziosa e decisa. All'alba è a Governolo. Gli austriaci sono in vista. Il Capitano col fischietto, da il segnale della carica, segnale ripetuto con gran frastuono dai trombettieri e tamburini.

I bersaglieri si lanciano al Ponte. Il presidio colpito in pieno dalla sorpresa tattica, crede che si avanzino alle sue spalle ingenti forze. Si disorganizza; pensa alla ritirata.

Si legge nella relazione del generale Bava: Il nemico si era ritirato al coperto dietro le case della città; tutti correvano ansiosi con lo sguardo verso la riva sinistra del Mincio cercando di scorgere i nostri bersaglieri, sul destino dei quali èravamo inquieti: quando, ad un tratto, i loro lucidi cappelli incerati vengono a ferire gli sguardi, si ode distinto il suono delle cornette, il rullo dei tamburi, si odono frequenti spari di moschetto, finalmente si vede un gruppo di quei valorosi correre arditamente al Ponte.

Come per effetto magico cessa allora il nostro fuoco e si manda un urrah generale ai bersaglieri.

Dopo non pochi sforzi il Ponte levatoio è abbassato, il passaggio è aperto, i nostri voti sono compiuti. I primi fanti con i bersaglieri inseguono il nemico che cerca salute fuggendo verso Mantova. Passano al galoppo i nostri squadroni tra gli applausi della fanteria e determinano la rotta avversaria.

In questo splendido fatto d'armi — prosegue il Bava — furono trofeo delle nostre armi due cannoni, la bandiera del Reggimento Rokavino, 400 prigionieri, 8 ufficiali oltre a molte armi e cavalli».

Pochi giorni dopo la vittoria il fratello di Alessandro Lamarmora Carlo Emanuele addetto alla persona di S. M. Carlo Alberto, comunicava al fratello Alessandro la sua promozione a Maggior Generale e questi subito lo pregava di domandare a S. M. la grazia di poter conservare l'Ispezione del Corpo dei Bersaglieri, incarico ricevuto dopo la vittoria al Ponte di Goito.

Rispondeva il fratello che « era precisamente ciò che S. M. contava — non di accordargli — ma di imporgli tale carica, e con ciò dimostrava il Re Augusto che nessuno avrebbe potuto sostituire Alessandro Lamarmora nell'Ispettorato del Corpo dei Bersaglieri ».

D giorno dopo giungeva al Colonnello Lamarmora l'annunzio ufficiale della sua nomina (decreto 12 luglio 1848) con la seguente lettera:

« Marnirolo, 22 luglio 1848

 «Annunzio con viva soddisfazione a V. S. che S. M. si è        degnato d'innalzarla oggi al grado di Maggiore Generale  dell'Armata conservando la Superiore Dirczione sui Battaglioni Bersaglieri.La prevengo, Signor Generale, ch'Ella è incaricata del Comando del Porto di Governolo, testé dalle   truppe preso a viva forza al nemico.

 

                                                                            Dal Quartiere Generale.

                                                 Firmato : SALASCO

                                                    Capo di Stato Maggiore».

L'incarico e il comando sorrise a Lamarmora più della promozione.

Sofferente, con le ossa della mascella non ancora saldate, fattasi adattare una maschera di ferro al viso, raggiungeva immediatamente il suo posto di Comando.

 nella prossima puntata " Il Condottiero "