LUCIANO MANARA
Seconda puntata
IL BATTESIMO DEL FUOCO
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Come era prevedibile, la luna di miele di Luciano fu tutt'altro che tranquilla; ma il succedersi di gravi avvenimenti, anziché turbare l'armonia della giovane coppia, valse a stringere sempre più i dolci legami, giacché le ansie e le speranze di Luciano per la Patria erano pienamente condivise da Carmelita, che anzi spesso partecipava anche alle incendiarie discussioni di suo marito con i suoi indivisibili compagni. Così si giunse all'anno cruciale, il 1848; quando, nel febbraio, scoppiò la rivoluzione a Parigi, fu evidente che era la prima scintilla di un grande incendio, ed i moti susseguiti ai primi di marzo a Vienna furono per i patrioti milanesi l'atteso segnale di combattimento. I nostri amici si dolsero che gli studenti ed il popolo viennese, che si dicevano in quei giorni padroni della città, non avessero fatta giustizia sommaria ed ancor più si dispiaquero che, proprio ai granatieri italiani fosse toccato l'ingrato compito di salvare la vita all'odiato Metternich, agevolandone la fuga. Ma ormai anche per i Milanesi s'approssimava l'ora ansiosamente attesa: nella notte dal 17 al 18 marzo, Luciano Manara ed i suoi compagni, mentre febbrilmente attendevano agli ultimi preparativi, commentavano ironicamente il prudente esodo dell'arciduca Ranieri, ritiratosi a Verona, e l'editto della paura, con cui il vicepresidente O'Donnel, a nome dell'imperatore d'Austria, aveva tolto la censura alla stampa e, facendo intravedere altre concessioni, convocava le Congregazioni centrali del Regno Lombardo Veneto, per il 3 di luglio. Era però evidente che il gesto era suggerito dalla speranza di tenere a bada il popolo per un'altro semestre; ma i Milanesi non si lasciarono illudere e, lo stesso giorno 18, secondo le decisioni prese nelle segrete riunioni, insorsero; e fu la più mirabile rivolta di popolo che la storia d'Italia abbia mai registrato. Qui, per riportarci all'ambiente di quei lontani giorni, è doveroso ricordare l'ardore e il misticismo con cui Manara ed i suoi amici si prepararono alla prova. E' una pagina di quel romanticismo, privilegio ancora di una eletta minoranza, che, ponendo la Patria sopra tutto e sopra tutti, si disponeva ad affrontare la morte per il trionfo di ideali che ora non sono privilegio di una minoranza, ma dogma di tutto un popolo. Giunto l'atteso momento del battesimo del fuoco, il rito fu compiuto con una austera semplicità che anche oggi commuove: mentre Carmelita, con la Morosini ed altre donne milanesi, apprestavano bende e filacce, Luciano con i fratelli: Mancini, Dandolo, Broggi e Borgazzi, Emilio Morosini, Fioretti, Testa, Mantegazza, Busi ed altri, si recarono in chiesa per invocare l'aiuto celeste per la grande impresa cui si accingevano; officiarono, il sacerdote don Sacchi e don Bernardo Bonuzzi, quegli che aveva, cinque anni prima, celebrato le nozze di Luciano. Così vollero questi giovani affrontare il nemico, in duplice purezza, verso Dio e verso la Patria, ben lontani dal supporre che appena poche settimane dopo, si sarebbe delineato quel nefasto contrasto politico che venne a turbare la divina armonia di quei sublimi sentimenti. A mezzogiorno, mentre i primi colpi di fucile risuonavano in via Monte Napoleone, il gruppo uscì compatto dalla chiesa e si lanciò alla generosa avventura. Non è compito qui narrare le leggendarie vicende delle "Cinque Giornate", ma poiché esse segnarono la magnifica affermazione delle eccezionali doti eroiche di Luciano Manara, è doveroso riportare ciò che di lui scrisse, poco dopo gli avvenimenti, Emilio Dandolo, suo compagno affezionato e testimonio oculare del suo valore. " Manara principiò in quei giorni a rendersi ammirato pel coraggio il più fermo e il più fortunato. Primo sempre nei tentativi proposti e nel pericolo, egli si slanciava dove più fervido era il combattimento. Era bello il vederlo nell'ultimo dì a Porta Tosa (oggi Porta Vittoria) quando la mitraglia spazzava la via, le fucilate si succedevano non interrotte e ardevano le case vicine alla porta, scagliarsi dapprima da solo, poi seguito da pochi, con una bandiera tricolore alla mano, correre fra la grandine delle palle fino al casino che sta presso alla Porta, abbattere l'entrata, irrompere coi suoi, uccidere e fugare gli stupidi nemici e poi dar fuoco alla Porta, da cui non tardarono ad entrare torme di contadini dalle insorte campagne: giovane di 23 anni, bello della persona, di eleganti costumi, abituato alle futili cure del vivere cittadino, più che alle cure marziali, egli era un tratto diventato guerriero ". Per quel fenomeno di spontanea elezione, che il valore palesemente riconosciuto determina sempre in certe circostanze, si può dire che in poche ore Luciano passò da gregario a capo autorevole di quella meravigliosa squadra d'azione che con i Dandolo, Morosini, Manfredo Camperio ed altri generosi, corse per cinque giorni senza tregua da un combattimento all'altro, a Porta Nuova, al Palazzo del Genio, a Borgo Nuovo, al Naviglio, ed infine a Porta Tosa, ed ovunque ebbe parte preponderante nella insurrezione e nella cacciate degli stranieri dalla città. Nella prossima puntata: " Sulle orme del nemico " |