LUCIANO MANARA

Terza puntata

SULLE ORME DEL NEMICO

Il mattino del 23 marzo Radetzky, sospinto a furore di popolo, lasciò Milano, pur avendo ancora a disposizione circa 10.000 uomini. Certo, influirono sulla grave decisione diversi fattori: infatti, accanto allo sbigottimento causato dalla rapidità ed irruenza della rivolta ed alle ingenti perdite subite, incalzavano minacciose le notizie che si susseguivano sull'atteggiamento del Piemonte; si era perfino sparsa la voce che già Re Carlo Alberto stesse passando con le sue truppe il Ticino. Ciò non era esatto, perché la decisione di entrare in campo fu presa dal Re generoso proprio lo stesso giorno 23, quando le retroguardie austriache non avevano ancora sgombrato il capoluogo lombardo.

In quella storica serata, mentre ancora il Sovrano era a consiglio, il marchese Carlo D'Adda, uno dei delegati inviati da Milano, affacciatosi al balcone dell'albergo Europa in Piazza Castello, arringando il popolo di Torino che tutta la gremiva, aveva detto: " Noi abbiamo fatto una grande rivoluzione, voi farete una grande guerra ". Contemporaneamente Carlo Cattaneo, travolto dal comune entusiasmo diceva che " la guerra era finita ed incominciava la caccia "; non tutti però erano del suo stesso avviso ed era assai più nel vero il marchese D'Adda, preconizzando una grande guerra. Prevalsero tuttavia gli ottimisti, e fra questi Luciano: suggestionato dai successi riportati nella rivolta di piazza, fiero della popolarità e del prestigio guadagnati col suo valore, egli accettò la carica di comandante della " Colonna Milanese dell'Esercito Italiano " decretatagli dal Comitato di guerra e, la sera stessa del 23, chiamò a raccolta i concittadini "che volevano seguirlo per fare una passeggiata militare per la Lombardia".

Al Comitato di guerra scrisse però: " Se non pensate a mandar per le province commissari che provvedano armi a qualunque costo, e se questa sera non avete disponibile qualche migliaio di fucili, siete imperdonabilmente negligenti e paralizzate ogni nostro buon volere ". Dal tenore di questa lettera si vede chiaramente di quante illusioni si cullassero i sogni di gloria di Luciano e con quali mezzi egli si accingeva ad inseguire un esercito che sarebbe stato più ragionevole considerare sbalordito piuttosto che distrutto. Ma aveva 23 anni ed era diventato in una settimana Generale di Divisione. I galloni e gli applausi sono potenti veleni per gli uomini mediocri, ma Luciano non era di questi e, passata la prima vampata, non si lasciò intossicare e vedremo come presto seppe dare agli uni ed agli altri, con una meravigliosa precocità di senno, il giusto valore.

Il 24 marzo, fra l'entusiasmo della folla, egli uscì da Milano, dirigendosi a Treviglio, alla testa di una piccola avanguardia: la scarsezza del numero non gli sfuggì, e forse fu il primo richiamo alla realtà, ma faceva assegnamento sulla forza dell'esempio e contava che altre unità lo avrebbero seguito con non minore premura. Invece non fu così e la sua generosa impazienza ebbe per conseguenza che egli perdette quelle funzioni di comando superiore che il Comitato gli aveva in un primo momento affidate; perché le nuove colonne successivamente formatesi ebbero i loro capi che vollero essere autonomi, salvo la dipendenza di tutti dal generale Lechi, nominato comandante in capo delle truppe del governo provvisorio di Milano.

Luciano, di fronte alla delicata situazione venutasi a creare, diede senza esitare bell'esempio di quello spirito di disciplina che fu una delle saldissime doti dell'animo suo: senza preoccuparsi di essere stato scavalcato, tenendo solo il pensiero fisso alla meta, profittò invece della sosta per organizzare il meglio possibile la sua colonna. Essa era andata intanto notevolmente crescendo di numero, e quando il generale Allemandi, succeduto a Lechi, decise di utilizzare i volontari per un colpo di mano sul Trentino, Manara e i suoi era già a Desenzano alla testa di circa 3000 uomini. Qui occorre mettere in luce l'evoluzione che il suo carattere andava compiendo, di fronte alla ferrea realtà dei fatti; in poche settimane di comando si erano specialmente delineati in lui il sentimento profondo della responsabilità ed il culto per la verità; senza tuttavia che ne fosse intaccato l'ardore, che vedremo resistere ad ogni bufera.

Di fronte all'ordine del suo generale, egli si accinge con entusiasmo ad obbedire, non nasconde tuttavia la difficoltà dell'impresa: vede l'entità delle forze nemiche scaglionate fra Chiese e Sarca e le confronta con le sue; vede pure l'insufficiente preparazione politica del Trentino, e, scrivendo il 7 aprile alla contessa Spini, altra grande patriota milanese, conclude: "... ad ogni modo se i gioghi tirolesi dovranno essere le nostre Termopili, noi morremo al nostro posto senza perdere un palmo di terreno; lo giuro a nome di tutti i miei soldati; l'Italia non sarà libera, finché il Tricolore non sventolerà sul Brennero; e noi dobbiamo piantarvelo! ".

Questo preciso concetto a tanta distanza di tempo, deve dare, specialmente ai giovani, la misura dell'aspro e lungo cammino superato da quattro generazioni di Italiani per darci una Patria: tre quarti di secolo sono occorsi e molto sangue generoso perché la profezia di Luciano Manara potesse diventare realtà.

La marcia verso il Trentino ebbe per Luciano una diversione non fortunata; il generale Salasco, capo di Stato Maggiore dell'Esercito Piemontese, il 9 aprile annunciò al generale Allemandi che l'indomani avrebbe avuto luogo un attacco a Peschiera e che una dimostrazione fatta dai volontari dalla parte di Bardolino e di Desenzano avrebbe prodotto ottimo effetto. Contemporaneamente però scriveva al generale Bes, comandante della Brigata Piemonte, su cui i volontari dovevano regolarsi, " ... serrare la piazza e sferrare l'attacco. Altre incursioni secondarie sono da affidarsi ai volontari ". Strano e pericoloso modo di comandare specialmente a dei volontari che avevano più degli altri bisogno di ordini precisi; purtroppo considerazioni di indole politica inquinavano le azioni militari e fatalmente ne vanificavano tutti i pregi.

Chi, sotto un certo aspetto ne sopportò le conseguenze maggiori fu proprio Luciano perché, fiducioso nell'annunziata azione delle forze regolari, attratto dai primi buoni successi della propria avanguardia comandata dal maggiore Noaro, iniziò subito l'avanzata verso Peschiera: sennonché, essendo venuta a mancare l'azione principale, il nemico poté spingere da Verona una forte colonna che attaccò a Castelnuovo i volontari e minacciandone le retrovie, li costrinse a tornare attraverso il lago di Garda a Salò, dopo molte peripezie e dolorose perdite. Dell'insuccesso di Castelnuovo fu data colpa a Manara, mentre sarebbe stato giusto attribuirla specialmente all'insufficienza degli ordini ed alla mancata esecuzione delle più importanti azioni, senza che tutti ne fossero edotti. 

Nella prossima puntata: " Avanti sul Trentino"