LUCIANO MANARA

Quarta puntata

AVANTI SUL TRENTINO

Mentre la colonna Manara veniva distaccata per la narrata diversione, il generale Allemandi, con inconcepibile precipitazione, senza attenderne il ritorno, dava inizio con le colonne Arcioni e Longhena al progettato movimento su Trento; ma dovette presto pentirsi di tanta fretta, perché il 15 aprile era costretto da forze nemiche superiori ad arrestarsi a Ponte Sarche, sollecitando l'arrivo di Manara. Questi ricevette l'ordine il giorno stesso a Salò, dove stava riorganizzando la colonna ancora scossa dagli anzidetti avvenimenti e, pure imprecando contro l'illogica corsa in avanti, iniziata senza dargli neppure il tempo di riunire tutte le forze, prese la decisione di ricorrere all'artiglieria cannoni con un reparto dei più arditi, lasciando che il resto finisse di concentrarsi a Salò.

Gli bruciava ancora lo scacco di Castelnuovo e voleva vendicare i caduti di quella malaugurata impresa di cui si era fatto tanto scalpore dai suoi avversari politici; prese con sè circa 200 fedelissimi, quasi tutti reduci di Porta Tosa e, senza misurare le distanze, si mise in marcia; camminò per quattro giorni senza soste e con una velocità che ha del fantastico, giunse il 19 notte a Stenico dove, invece dell'indispensabile riposo per restaurare le forze, trovò la notizia che il nemico andava avvicinandosi al paese. In quella situazione sarebbe stata necessaria la più armonica unità di azione fra le varie colonne di volontari dislocate nella zona, invece l'intesa mancò, ed allora Manara, comprendendo il pericolo dell'inazione, di fronte alla minaccia del nemico incalzante, prese l'iniziativa di muovere al contrattacco. Egli conosceva ormai i suoi volontari e, se nelle condizioni fisiche in cui erano, non poteva essere certo della loro resistenza nella difensiva, sapeva che con la prospettiva dell'attacco, ridestati gli entusiasmi la stanchezza sarebbe svanita.

Sotto il fascino del suo ascendente, e soprattutto del suo esempio, così avvenne; ma alla sua azione tanto audacemente iniziata, non concorsero efficacemente le altre forze, sicché, dopo non poche perdite, fu necessario ripiegare su Stenico. Così ebbe termine la prima offensiva sul Trentino; il generale Allemandi si dimise e fu sostituito dal generale Durando; poche forze furono lasciate a vigilare le valli e Manara con i suoi fu mandato a riordinarsi a Brescia. Quante delusioni ma anche quale didattica per Luciano!

Negli animi forti, gli imprevisti contrasti, le difficoltà, i dolori e le stesse delusioni non sono che tappe dell'aspra via intrapresa, dove però non si sosta, se non per attingere nuove forze per continuare la marcia: e così fu per Luciano.

Egli, che aveva avuto da Dio il dono di una eccezionale precocità di senno e di volontà tenace, le sole doti cioè che conferiscono alla giovinezza possibilità di precedenza in ogni campo; non si sgomentò dinanzi al ripido dileguarsi delle illusioni; vide anzi brillare sempre più la luce dei suoi ideali.

A questi sacrificò gli allettamenti della facile popolarità che avevano accompagnato le sue prime imprese e, senza farsi attrarre nell'orbita di nessuna delle fazioni politiche che si agitavano, apertamente sostenne che per il momento c'era una cosa sola da fare; cacciare definitivamente gli stranieri: alla forma di governo ed al resto si sarebbe pensato dopo.

Convinto poi che, per trarre dai volontari il concorso che essi potevano dare, bisognava meglio organizzarli, accettò con entusiasmo la proposta fattagli dal generale Durando e, con mirabile esempio, deposti ai primi di maggio i troppi ed inutili galloni, trasformò la sua colonna in un grosso battaglione di sei compagnie, divisa ed equipaggiamento erano quelli dei "Bersaglieri" ideati qualche anno prima da Lamarmora, e da generale di Divisione divenne Maggiore. Del resto per i volontari i ricami dorati contano poco, se non il simbolo dell'investitura conferita dagli stessi gregari al capo, con un esame che non consente riparazioni. Questo esame il Manara lo aveva brillantemente superato, la sua diritta linea si era imposta consentendogli di fare qualche salutare selezione e di poter contare sui rimasti in ogni evento. Certo Luciano, consegnando alla storia il suo battaglione bersaglieri, non immaginava quale sarebbe stato il glorioso tributo di sangue che la storia a venire avrebbe loro chiesto, ma nemmeno quanto amore i futuri Italiani avrebbero riversato su di loro e sullo storico Corpo . 

Si pose così febbrilmente all'opera di ricostruzione su nuove basi, ripromettendosi di dare al suo battaglione il più regolare assetto in modo da poter sostenere pienamente il confronto con i Bersaglieri di Lamarmora con i quali era ormai ingaggiata una nobile gara di virtù guerriere.

Ma i momenti erano difficili perché le agitazioni e le divergenze politiche turbavano il libero svolgimento delle attività militari e di questo stato di cose si avvantaggiavano da una parte Radetzky e dall'altra i profittatori che tiravano sopra tutto far quattrini, osannando all'Italia a seconda delle loro speculazioni.

Luciano, con la sua anima di poeta e di soldato, non si lasciava vincere dai contrasti e, mentre curava l'addestramento cercava di completare l'equipaggiamento, imprecando contro i negozianti e gli speculatori, che si prevalevano di qualche disordine per vendere al Governo oggetti di pessima confezione ed a prezzi esorbitanti. " Faccio doppio lavoro, di imparare ed insegnare nel tempo stesso; mi conviene attraversare mari infiniti di seccature, ma vi riuscirò! Oh! quando mi ci metto davvero o vinco o muoio, e spero proprio di vincere, non fosse altro per farla in barba a tutti i saccentelli di costì ". Così egli scriveva da Salò il 10 maggio alla contessa Spini, con una semplicità ed una lealtà veramente degne di ammirazione. Ed è appunto in virtù di questa sua onestà e fermezza di carattere che egli poté in quei giorni superare onorevolmente un inatteso scoglio politico. 

Il 13 maggio giunse alla Divisione Lombarda, di cui il battaglione faceva parte, un proclama del governo provvisorio di Milano, che lo invitava a pronunciarsi in merito alla fusione delle Provincie Lombarde col Piemonte e così Luciano si trovò a dover affrontare la spinosa questione della forma do governo che egli aveva sempre detto doversi trattare dopo la vittoria. Vennero subito fuori, tra i Bersaglieri del battaglione, le diverse tendenze e con esse una appassionata e dannosa atmosfera di discussioni accanite e di pareri discordi, che Emilio Dandolo così efficacemente ci descrive: " A noi, che lontani dalle mene dei partiti, ed ignari di cose politiche attendevamo alacremente ai nuovi nostri obblighi, non occupati che di guerra, parve strano ed intempestivo siffatto invito. Né conviene celare che il nostro, come gran parte dei Corpi volontari, era composto per lo più di giovani esaltati dagli avvenimenti i quali, trovandosi lanciati nella vita politica a quella età, in cui ordinariamente si sta ancora imparando la logica ed il diritto, si credevano divenuti altrettanti tribuni e volevano combattere col fucile, e, per somma disgrazia, anche con la parola, ignari ed imprevidenti di tutto, sebbene sinceri e caldi di amor patrio ".

Così il campo dei volontari, a pochi giorni dalla ripresa delle ostilità, divenne palestra di aspri ludi elettorali, con quanto danno della disciplina e di quell'opera di riorganizzazione che era stata appena iniziata, è facile intuire. Ai Bersaglieri di Manara parlarono in senso annessionista, prima Massari, poi Gioberti stesso, ma, a neutralizzare l'effetto dei loro discorsi, ecco arrivare agli alloggiamenti l'invasione dei giornali milanesi di opposizione; essi condannavano i sistemi elettorali adottati per forzare la mano ai Lombardi, come essi dicevano, e la triste disputa si accese sempre più con grande soddisfazione del Radetzky che, dalla disunione dei Lombardi traeva i migliori auspici per rifarsi degli scacchi subiti in quei giorni per opera dei Piemontesi, a Monzambano, a Valeggio e al ponte di Goito.

Sui primi di giugno, quando non era ancora spenta l'eco di questi fatti, il battaglione, che per mancanza di mezzi non aveva potuto ancora ultimare la sua organizzazione, ebbe ordine di riprendere la via del Trentino, per appoggiare la colonna Arcioni, fortemente premuta dal nemico a Ponte Caffaro. Anche questa volta, a marce forzate, Manara mosse da Salò e raggiunse le posizioni assegnateli a Monte Suello. Il 13 e 14 dello stesso mese, prese brillantemente parte a vittoriose azioni, respingendo il nemico oltre Lodrone e già gli animi si aprivano alle maggiori speranze, ma subito dopo, la spedizione che avrebbe dovuto avere carattere prevalentemente offensivo, per mancanza di mezzi e perché fallite le speranze di una rivolta dei valligiani, passò alla difensiva. I volontari ne rimasero sbigottiti; serrati attorno a Luciano, essi lo supplicavano di andare avanti e, quasi per mostrargli la strada, ogni giorno qualcuno di essi, rischiando la vita, passava a nuoto il Caffaro "per riportare un mazzo di fiori colti in un giardino prossimo al nemico ed offrirlo al Manara". Ma purtroppo però il battaglione doveva adattarsi all'esauriente ritmo degli avamposti che, a lungo andare fiaccava le forze fisiche e morali di tutti. Per sollevare gli spiriti, Manara non tralascia di ricorrere ai più disparati mezzi; fece persino avvicinare la sua vecchia banda musicale di Antagnate, a cui lo legavano tanti ricordi, perché rallegrasse la sua gente nei periodi di riposo e, toccando il sentimento religioso dei più, fece anche celebrare solenni messe al campo; ma l'impazienza ed il nervosismo crescevano, alimentati dalle notizie che giungevano dal teatro principale delle operazioni. Purtroppo l'ora della vittoria, intraveduta attraverso tanti sacrifici generosi e tante illusorie speranze era ancora lontana; Vicenza aveva dovuto capitolare, il Veneto era quasi tutto ricaduto nelle mani degli Austriaci ed in fine, il 23 luglio a Custoza, dal nome fatale, dolorosamente segnava la fine della prima campagna per la nostra indipendenza.

Il 27, Manara, con l'animo angosciato, riceveva l'ordine di sgombrare Monte Suello, così a lungo tenuto a costo di tanti sacrifici, e di ripiegare in un primo tempo su Idro; lì lo raggiunse un altro ordine del generale Durando che assegnava al battaglione, nel ripiegamento, il posto della maggiore responsabilità; a retroguardia del Corpo di Osservazione del Tirolo, con il compito speciale di tenere ad ogni costo il posto di Gavardo, per coprire la ritirata delle altre forze di quel settore. La sosta a Gavardo si protrasse oltre il previsto e, di fronte al succedersi al campo di sempre più contrastanti notizie sull'andamento della campagna, il trattenere i Bersaglieri era ormai diventato quasi impossibile. allora, più che altro per creare un diversivo, il 6 agosto fu fatta una ricognizione alla quale partecipò Manara con il suo battaglione. Il giorno 10 fu incontrato il nemico in forze, i Bersaglieri, ansiosi di cimentarsi, si gettarono disordinatamente avanti. Manara, in piedi in prima linea, cercò di guidare l'azione, mentre Emilio Dandolo, accanto a lui sventolava una bandiera tricolore, ma la potenza numerica nemica era troppo forte. Più tardi. al sopraggiungere di ingenti rinforzi austriaci, Manara saggiamente ordinò il ripiegamento che il nemico non contrastò.

Ma la lotta era ormai per l'onore delle armi perché il giorno prima era stato firmato l'armistizio Salasco.

Nella prossima puntata: " Tregua di armi e tempesta di animi"