LUCIANO MANARA

Quinta puntata

TREGUA DI ARMI E TEMPESTA DI ANIMI

I giorni che vennero dopo l'armistizio, furono, senza dubbio, i più tristi della vita di Luciano; egli, non ostante la sua tempra di ferro, era un sentimentale, un poeta, e soffriva vedendo come, per fatale volgere di eventi, si fosse dovuta deformare la linea estetica dei suoi ideali. Gettandosi nella lotta egli aveva previsto anche l'alterna fortuna delle armi e perciò i rovesci militari lo avevano addolorato ma non scosso; lo turbò invece la canizza scatenatasi tra i partiti quando, solo nella concordia egli vedeva possibilità di salvezza.

Il generale Durando, profittando delle clausole dell'armistizio che consentivano ai volontari le stesse condizioni fatte alle truppe regolari, aveva avviato la Divisione Lombarda verso il Piemonte e con essa il battaglione Bersaglieri di Manara, rimasto compatto attorno al suo capo. Luciano, fedele all'annessione votata un mese prima, trovò l'ordine pienamente giustificato, tanto più che Re Carlo Alberto, nel suo proclama lanciato al popolo il 10 agosto aveva detto: "...mantenetevi forti in una prima sventura...confidate nel vostro Re. La causa dell'indipendenza italiana non è ancora perduta ".

Alla parola del Re egli credette pienamente, e, scrivendo in quei giorni a Carmelita, così scolpì, in sintesi mirabile, il pensiero del suo animo in tumulto e la sua ferma volontà: "...finché vi è speranza di guerra in Piemonte, i buoni soldati devono armarsi, disciplinarsi, soffrire ed aspettare ".

Ma mantenersi sul rettifilo di queste semplici e sante direttive non poteva essere facile; infatti, già prima di arrivare al Ticino erano giunti al campo diversi emissari di Mazzini che, predicando il verbo repubblicano, avevano attaccato Re Carlo Alberto per aver rifiutato l'aiuto offertogli da Garibaldi, da poco accorso in America, e, accusando il Piemonte di egoismo, avevano incitato i volontari ad abbandonarlo per darsi, secondo l'idea di Garibaldi stesso, alla guerriglia, e continuare così le ostilità. Chi invece avesse accettato le proposte del Piemonte, che voleva innanzitutto riorganizzare le forze, sarebbe stato un traditore.

E' facile comprendere l'effetto di queste parole sugli animi perplessi dei volontari, tanto più che vi era nelle proposte dei repubblicani tutto il fascino di un'avventura altrettanto generosa quanto disperata. Ma di fronte alla enorme sproporzione delle forze ogni tentativo non avrebbe potuto varcare i limiti di una eroica protesta.

Il buon senso di Manara prevalse ed il 19 agosto con il suo battaglione Bersaglieri passò il Ticino; ma anche al di là la situazione non migliorò; i dissensi politici continuarono, anzi si complicarono. Il sogno dell'unità d'Italia allora caldeggiato da una minoranza di intellettuali e l'uguaglianza conseguente dei suoi cittadini, erano concetti troppo nuovi per le masse che assistevano agli avvenimenti senza essere in grado di apprezzarne né la grandezza né l'utilità, mentre erano costrette a subirne gli inevitabili fastidi. Era troppo presto perché i Lombardi fossero considerati oltre il Ticino, soprattutto italiani, e di questo ne risentirono l'ospitalità e la reciproca fiducia, con grave intralcio all'opera di ricostruzione militare.

I primi giorni dell'armistizio furono pertanto assai tristi; ci voleva una grande fiducia nei destini della Patria per non lasciarsi trascinare nel triste gorgo scatenato dalle passioni politiche che dividevano gli animi a tutto vantaggio dello straniero: ci voleva soprattutto in quei momenti una grande fiducia in Re Carlo Alberto che in mezzo alle defezioni in massa di quelli che avevano sbandierato la loro solidarietà per opportunità politica, l'avevano poi lasciato solo nell'arduo cimento. Il Granduca di Toscana, che aveva partecipato in principio timidamente all'impresa, ai primi moti interni era fuggito a Gaeta: Ferdinando II di Napoli aveva tradito sin dalle prime ore, rivolgendo le armi dei suoi mercenari contro i cittadini che avevano peccato di liberalismo e richiamando dal fronde Guglielmo Pepe. Pio IX era morto e questo fu forse il più triste disinganno per il Re che, inviando le sue truppe oltre confine, nella certezza che esse avrebbero affrontato i rischi della guerra accanto a quelle del Pontefice  liberale e nel nome della Patria comune, aveva trovato grande aiuto morale alla sua anima cristiana pervasa spesso da angosciose incertezze.

Ma se Manara, spirito elevatissimo ed animo forte, sapeva comprendere la situazione e nel mezzo del groviglio prendere la giusta via, altrettanto non si poteva pretendere da tutti i suoi Bersaglieri, i cui animi erano profondamente turbati forse, più che dagli insuccessi militari, dall'influenza delle fazioni politiche. Inoltre le truppe, ancora stanche dei disagi della campagna, dovevano continuare a vivere nelle difficoltà sempre crescenti causate dall'insufficienza dei mezzi e dalla disorganizzazione, con paghe ridotte, scarse di vestiario e di viveri, male alloggiate, cambiando di sede senza riposo; insomma in una condizione completamente opposta a quanto sarebbe occorso per restaurarne la salute fisica e la serenità dello spirito, rinsaldandone nello stesso tempo la disciplina.

Intanto il generale Durando, intorno a cui si era creato tanta simpatica fiducia, veniva inviato a Genova, con il penoso compito di frenarne i moti politici ed era stato sostituito dal generale Olivieri: contemporaneamente il ministero, per affrettare il riordinamento dei Lombardi, il 5 settembre ne decretava la fusione con l'Esercito Piemontese ed indirizzava ai Bersaglieri un nobilissimo proclamo che lealmente affrontava il loro stato d'animo. Ma anche il caldo e leale appello non fu compreso da tutti, infatti il governo piemontese deliberò a ragione che, se doveva vestire, armare ed istruire l'Esercito Lombardo, voleva almeno che questo si assumesse l'obbligo di combattere con lui fino a guerra finita ed uniformarsi alla legge e ai regolamenti del Piemonte.

Di fronte a questa situazione, Manara già il 7 settembre aveva saggiamente deciso di sciogliere il battaglione, ben sapendo che così lasciava via libera agli sfiduciati e agli scontenti ma che avrebbe potuto contare sugli irriducibili e sui Bersaglieri migliori. Difatti, mentre alcuni partirono per Venezia, altri per Genova, altri entravano a far parte dei Bersaglieri bergamaschi e trentini, molti: "... ben sapendo che un nuovo battaglione si va costituendo, dichiarano di non voler abbandonare le armi e sono disposti a seguirmi dappertutto; alcuni vecchi grognard piangono come bambini, alcuni Bersaglieri baciano singhiozzando la bandiera di guerra del battaglione, tutta lacera e forata, altri si lagnano in forma così originale da destarmi profonda commozione ", scriveva Luciano in quei giorni.

In mezzo a questo incomposto e generoso fermento, si levava la figura di Garibaldi che non si era certo perduto d'animo per gli infruttuosi passi fatti col Governo Piemontese. I leali propositi del condottiero, il cui nome già correva l'Italia pieno di fascino e di speranza, valsero a neutralizzare molte irrequietezze di politicanti e risolvere non poche crisi di coscienza anche fra i Bersaglieri lombardi e, difatti, quando, pochi giorni dopo lo scioglimento del battaglione, Manara, nominato regolarmente maggiore dei Bersaglieri con regio decreto il 1° ottobre, ebbe dal Ministero della Guerra l'incarico di ricostituirlo, trovò intorno a sé i superstiti della vecchia guardia di Porta Tosa ed un bel nucleo di altri Bersaglieri volontari degni di stare accanto a loro. Luciano ormai sapeva per esperienza che il solo coraggio non basta, se non è accompagnato da una sufficiente pratica militare e dalla più rigorosa disciplina e diede per questo precisi ordini, imprimendo alla preparazione del nuovo battaglione un ritmo accelerato: "... quattro ore di manovra al giorno, due d'istruzione (teorica) le frequenti riviste, i severissimi castighi e più che tutto un eccellente spirito di corpo ed una grandissima unione ed amore al dovere, seppero fare di quel corpo nei sei mesi dell'armistizio un modello d'ordine e di bravura. L'abbigliamento, le evoluzioni, i segnali, l'interna amministrazione erano del tutto simili a quelli dei Bersaglieri di Lamarmora ". 

Il 30 gennaio, il generale Bava, C.S.M. dell'Esercito Piemontese, ammirò e lodò il reparto e lo stesso Re Carlo Alberto, informato dal generale il giorno successivo, trovandosi in prossimità dell'accampamento del battaglione, si soffermò per vederlo ed espresse poi il suo vivo compiacimento. Il 19 febbraio, Manara fu invitato a Torino dove i generali gli proposero di assumere l'incarico di formare altri quattro nuovi battaglioni Bersaglieri, ma rifiutò pur sapendo che accettando tale incarico sarebbe stato promosso colonnello e giustificò la decisione scrivendo: "... non ho ancora 24 anni e non posso rinunciare al gusto di correre con i mie Bersaglieri per stare negli uffici di formazione dei soldati ".

E riprese la via di Solero ansioso di trovarsi ancora in mezzo al suo battaglione, preoccupato solo del timore che la notizia avuta dei fatti di Toscana e della proclamazione della Repubblica Romana, potessero ritardare il desiderato giorno della ripresa delle ostilità.

Nella prossima puntata: " Cava Manara"