LUCIANO MANARA

Settima puntata

LA GRANDE IMPRESA

Gli avvenimenti sino ad ora narrati hanno messo in chiara luce la tempra adamantina di patriota e di comandante di Luciano che, sbocciato da una meravigliosa quanto fortunata rivolta di popolo, nel volgere di pochi mesi, di fronte alla realtà, mentre aveva conservata intatta la fede, aveva profondamente modificato la sua mentalità.

Da arditissimo capo di improvvisato manipolo di generosi insorti, egli era diventato comandante cosciente di un reparto che aveva saputo tecnicamente addestrare e rigorosamente disciplinare, sì da poterlo impiegare degnamente a fianco di truppe regolari, eccellendo indubbiamente su di esse per la superiorità spirituale, che, specie in quei tempi, distingueva i Bersaglieri.

Ma quello che sopra tutto desta incondizionata ammirazione, è l'elevatezza dei sentimenti politici che si palesa in ogni suo gesto ed in ogni suo scritto: viene fatto di credere di trovarsi di fronte ad un uomo di lunga esperienza, invece è un giovane venticinquenne che, con meraviglioso intuito, non solo comprende la grave ora della Patria, ma preconizza il futuro con quella sicurezza che solo agli uomini di genio è concessa, per misterioso dono divino. Luciano ebbe campo di dare nuova brillante prova in questa sua fede con uno stile bersaglieresco che trova molti punti di contatto con quello garibaldino, la leggendaria impresa di Quarto di undici anni dopo ne sarà la prova inconfutabile.

Il 26 marzo 1849, fra i patti conclusi, nello storico incontro del nuovo giovane Re Vittorio Emanuele II con il Maresciallo Radetzky, era l'impegno di sciogliere la Divisione Lombarda e quindi anche il 6° Bersaglieri

E' facile comprendere il dolore, la delusione e le preoccupazioni che la notizia di questa clausola produsse appena giunta al campo del battaglione di Manara presso Alessandria. La maggior parte dei Bersaglieri erano lombardi, disertori dei Reggimenti austriaci ed il loro rimpatrio era impossibile; d'altra parte i vincoli di cameratismo stretti sui campi di battaglia e l'affettuosa devozione di tutti verso il loro Comandante, avevano fatto del 6° Battaglione una vera famiglia che non voleva sfasciarsi, tanto più che la speranza di poter ancora combattere per l'Italia era sempre in fondo agli animi di quei valorosi.

A renderli ancora più perplessi, il 28 giunse l'ordine ai Lombardi di prestare giuramento di fedeltà al nuovo Re, e poiché fino ad allora non erano mai stati costretti ad alcun giuramento, il fatto inatteso fu oggetto di discussioni vivaci; si affacciò persino l'idea che, rivelatasi poi negativa, fosse un pretesto per sciogliere incondizionatamente queste imbarazzanti unità. Ma in fine Manara, comprendendo che il rifiuto gli avrebbe tolto anche la possibilità di appoggio del Governo Piemontese, ottenne il giuramento e subito dopo il 6° Battaglione mosse con la Divisione Lombarda per Voghera.

Permaneva intanto la massima incertezza sul futuro, aggravata dai moti scoppiati a Genova e dalle pressioni che emissari dei rivoltosi andavano facendo per indurre i Lombardi a far causa con loro; d'altra parte la situazione in Toscana ed a Roma apriva motivi ed allettanti orizzonti.

Il 30 marzo il colonnello Spini, dello Stato Maggiore della Divisione, ed il maggiore Manara andarono in ambasceria a Torino e venne stabilito che la Divisione Lombarda si sarebbe trasferita a Bobbio donde "... non obbedendo all'ordine di scioglimento che sarebbe stato dato a suo tempo, procederebbe con armi e bagaglio per la Toscana e per lo Stato Pontificio".

Le marce attraverso l'Appennino, ostacolate dalle comunicazioni, allora cattivissime, dalla stagione ancora rigida e dalla massima scarsezza di mezzi, furono gravosissime tanto che il Battaglione giunse il 4 aprile a Chiavari in ben tristi condizioni, con gli uomini affamati e quasi privi di calzature. Là seppero che in Toscana il Granduca era tornato sul trono e per il momento nulla si poteva tentare. A sollevare gli spiriti depressi da tanti sfavorevoli eventi, il 13, Pietro Maestri inviava un caldo appello ai Bersaglieri lombardi perché accorressero in difesa della Repubblica Romana.

L'allettante proposta, mentre fu accolta con entusiasmo da Luciano e dai suoi Bersaglieri, riuscì anche particolarmente gradita al Governo Piemontese che si trovava in evidente imbarazzo per le clausole dell'armistizio.

Di queste buone disposizioni approfittò subito Luciano che, impaziente di ogni indugio, decise di separare la sua sorte dai resti della Divisione Lombarda e riprendere con il suo Battaglione piena libertà d'azione e, sapendo di essersi guadagnata la benevolenza del fondatore dei Bersaglieri, corse a Genova per chiedere al generale Alessandro Lamarmora il suo appoggio per la nuova ardita impresa.

La Marmora, ammirato di tanta fedeltà alla grande causa della Patria, non solo accolse Manara con tanta benevolenza, ma, assumendosi non lievi responsabilità, gli mise a disposizione due navi da lui affittate en segreto presso l'armatore Zuccoli di Genova e, in riservata intesa col suo Governo, gli rilasciò questo salvacondotto: " In modo confidenziale il sottoscritto prega i Comandanti delle Navi da Guerra a lasciare liberamente transitare nei due vapori 'Il Nuovo Colombo e 'Giulio II' il Battaglione Bersaglieri Manara per recarsi in Romagna (Stato Romano). Essendo la segreta intenzione del Governo Sardo che non vengano molestati nel tragitto ".

Il distacco del Battaglione dalla Divisione Lombarda fu in quel giorno motivo delle più aspre polemiche; naturalmente la parola tradimento, che tanto facilmente correva in quei tempi di generale eccitazione, non fu risparmiata; come se accorrere alla difesa della Repubblica Romana non volesse dire servire la buona causa e rischiare per essa la vita in un momento in cui, purtroppo, in alta Italia riprendere le armi non era possibile. Fu perfino detto che Manara andava a Roma per aiutare i Francesi e per la restaurazione del Governo Pontificio. Quanta incomprensione e quante calunnie, solo un animo eccezionalmente forte come quello di Luciano poteva resistere e, mantenendo fisso lo sguardo alla meta lontana, non scoraggiarsi e soprattutto non lasciarsi trascinare nel gorgo delle polemiche e delle fazioni che travagliarono l'alba del Risorgimento e contrastarono l'unità d'Italia almeno quanto gli stranieri in armi.

All'ultimo momento, il 22 aprile, quando già il Battaglione era a Portofino, un messo di La Marmora prospettava l'opportunità di dilazionare la partenza e perveniva a Manara una lettera del generale Fanti, in cui lo avvertiva che il Governo avrebbe continuato a corrispondere ai Bersaglieri del 6° il trattamento di guerra e oggetti di vestiario e lo invitava a "... far ben comprendere queste condizioni agli individui tutti da lui comandati ed avvisarne del risultato". Ed il risultato fu quello che era da spettarsi: di fronte alle tergiversazioni del Governo Piemontese, stava un miraggio affascinante, Roma.

La sera del 22 aprile, le due navi salpavano da Portofino per la nuova generosa avventura: sopra coperta i Bersaglieri deliranti di entusiasmo acclamavano il loro adorato comandante ed agitando i cappelli piumati inneggiavano alla Città Eterna, simbolo e meta del Risorgimento della Patria.

Dopo una navigazione contrastata dal mare grosso, che divise per un giorno le due navi, il 25 aprile ambedue gettarono finalmente l'ancora a Civitavecchia. Qui nuove e non lievi difficoltà si fecero avanti, ostacolando non poco lo sbarco, mettendo a dura prova la pazienza di Manara e rivelando in lui anche non comuni doti di diplomatico fermo e leale.

Nel porto c'erano quattordici fregate francesi, del Corpo di spedizione del generale Oudinot che aveva il compito di "... in nome di una repubblica strozzarne un'altra"; esse stavano sbarcando i primi contingenti, quando arrivarono, per complicare la situazione, le due navi di Manara. Il generale Oudinot oppose subito un netto rifiuto allo sbarco dei Bersaglieri e il lasciapassare al Battaglione fu concesso solo il giorno successivo, per l'intervento dei Ministri della Repubblica Rusconi e Montecchi, ma l'Oudinot pretendeva che il Manara si impegnasse a restare lontano da Roma, ed in ogni modo neutrale, fino al 4 maggio. Luciano non accettò la condizione, dicendo che non aveva facoltà di farlo, essendo ciò di competenza del Governo della Repubblica da cui dipendeva, ed allora il Preside di Civitavecchia, Mannucci, per risolvere la situazione, credette di poter, a nome del Ministro romano della Guerra Avezzana, aderire al richiesto impegno, e così le due navi poterono proseguire per Porto d'Anzio.

Nella prossima puntata: " L'entrata in Roma"