
LUCIANO MANARA
Nona puntata
MANARA E GARIBALDI
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Mentre avvenivano i fatti precedentemente citati, una divisione napoletana di circa settemila uomini comandati dal generale Winspeare, era giunta sui colli Albani: Garibaldi ottenne dal Triumvirato di muoverle incontro prima che ricevesse i rinforzi che già erano in marcia agli ordini del colonnello Cutrupiano. Appena Luciano ebbe sentore del progetto di Garibaldi, si presentò a lui e, con generosa insistenza, gli chiese di aver l'onore di far parte della colonna con i suoi Bersaglieri. Troppo gli pesava la forzata inazione della settimana precedente; era venuto a Roma per difenderla dai suoi nemici, da qualunque parte essi fossero venuti e non per stare con le armi al piede. Egli, da quel leale ed ardente soldato che era non poteva ammettere che, nelle condizioni in cui si trovava la giovanissima repubblica, essa potesse illudersi di trarre vantaggio dalle tergiversazioni diplomatiche. Era evidente ai suoi occhi che il nemico maggiore era la Francia e che essa non avrebbe rinunciato, neppure a favore del Regno di Napoli, a quelli che oramai considerava suoi diritti di precedenza nella questione romana, che era poi questione di predominio sull'intera penisola e sul Mediterraneo. Per il momento il temporeggiatore Oudinot non poteva non guardare con favore l'avanzata dei Borbonici, perché, mentre mentre era sicuro che essi non avrebbero neanche questa volta, come già un anno prima, condotta l'impresa a fondo, lo aiutavano così a distrarre l'attenzione dei difensori di Roma e risolvere quello che per lui era allora il problema principale, guadagnare tempo. Garibaldi, giustamente, pensava che poiché gli attesi rinforzi francesi erano ancora lontani, era presumibile che l'Oudinot non si sarebbe impegnato ad appoggiare i Borbonici con le armi; bisognava pertanto approfittare della situazione e toglierli di mezzo prima che a Roma si giocasse la partita decisiva. Egli, che si sentiva soffocare nella cerchia delle mura e che, fiducioso nelle sue armi ormai sperimentate doti di manovratore in campo aperto, aveva subito apprezzato il Manara ed i suoi Bersaglieri, li accolse con entusiasmo nella sua colonna che, forte così di circa duemilatrecento uomini, uscì da Roma la sera del 4 maggio. Il 5 accampò a Villa Adriana dove il contatto con i volontari garibaldini, la cui forma di disciplina era tanto diversa da quella dei Bersaglieri, diede luogo a qualche preoccupazione per Manara; egli dovette però presto convincersi che, essendo la finalità la stessa, tutto il resto, in momenti di azione come quelli, passava in seconda linea; difatti presto Bersaglieri e Camice Rosse si disputarono semplicemente e unicamente l'onore del primato nella lotta disperata nella quale si erano generosamente lanciati. Nella notte del 7 maggio, mentre fra le grandiose rovine di Villa Adriana, Luciano riviveva la passata grandezza di Roma e sognava quell'imperiale ritorno, Garibaldi lo chiamò e gli espose il suo disegno di immediata attuazione: egli non intendeva esaurirsi in una sterile azione frontale ed affidava a Luciano il compito di lasciare con i suoi la Via Flaminia e, mentre egli col grosso si sarebbe diretto a Castel S.Pietro, puntare su Palestrina per trarre in inganno il nemico. Giunto nelle prime ore del mattino sull'obbiettivo assegnatogli, Manara spinse subito ricognizioni avanti per prendere contatto con l'avversario. Una plotone di cinquanta Bersaglieri, comandato dal tenente Narciso Bronzetti, audacemente attaccando, mise in fuga un forte nucleo di Napoletani dando inizio alle ostilità e rientrando con numerosi prigionieri. Verso mezzogiorno del 9 maggio, Garibaldi, che aveva con il suo reggimento preso posizione, vide infatti i Borbonici avanzare su due colonne, spinse i suoi contro quella di destra e diede a Manara il comando dell'ala sinistra. Questi, a cavallo, davanti alla porta di Val Montone, diresse l'azione come fosse stato in piazza d'armi e l'esempio del suo mirabile sangue freddo destò l'entusiasmo della sua colonna che avanzò in ordine serrato fino a breve distanza dal nemico effettuando brevi soste di fuoco. Le truppe del colonnello borbonico Novi, moralmente scosse da tanta spavalda audacia, bersagliate di fronte e minacciate sul fianco destro dal tenente Rozat, che con un nucleo di Bersaglieri tentava l'aggiramento, dopo breve resistenza si diedero alla fuga: contemporaneamente, Manara, che aveva incontrato sulla destra più energica resistenza, faceva accorrere la prima compagnia che, mediante un vivissimo fuoco, respingeva anche da quella parte il nemico. Le compagnie del brigadiere borbonico Lanza fecero più vivo contrasto ai Garibaldini, ma finì col dover cedere all'impeto delle Camicie Rosse e la giornata fu decisamente vittoriosa per tutte le forze agli ordini di Giuseppe Garibaldi. I Bersaglieri di Manara, che pure contavano una dozzina di caduti ed una ventina di feriti, tornarono al bivacco di Palestrina giustamente fieri della prima prova sostenuta a difesa di Roma. Luciano, il quale se, ad onor del vero, aveva avuto fino allora qualche prevenzione verso Garibaldi, specialmente per il regime disciplinare delle Camicie Rosse, fu da allora pienamente soggiogato dal suo grande fascino e ne divenne ammiratore sincero e collaboratore fedelissimo Nella prossima puntata: " I Borbonici sconfitti" |