
LUCIANO MANARA
Decima puntata
I BORBONICI SCONFITTI
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Il profitto della vittoria fu scarso perché, non solo Garibaldi non ebbe rinforzi necessari a continuare l'azione, ma il giorno dopo fu richiamato in gran fretta a Roma perché si dubitava che il generale Oudinot riattaccasse la città. I Bersaglieri rientrarono nella Capitale il mattino dell'11, dopo aver percorso a tappe forzate circa quaranta chilometri, festosamente accolti dalla popolazione si erano appena fermati a bivacco a Campo Vaccino che, per falso allarme, corsero a mettersi in avamposti a Monte Mario dove, senza incidenti, rimasero sino al 16. Intanto Manara, il cui prestigio era ancora cresciuto dopo il combattimento di Palestrina, appena giunto di nuovo a Roma, era stato promosso tenente colonnello ed il 14 dello stesso mese colonnello, col compito di riorganizzare tutti i Bersaglieri volontari, anche quelli di altri nuclei, formando un reggimento di due battaglioni al suo comando. Furono così inquadrati nel secondo battaglione, al comando del Maggiore Caloandro Baroni, anche alcuni elementi della disciolta Divisione Lombarda fra cui i Trentini, una compagnia del 22° Fanteria ed un nucleo di studenti napoletani dissidenti. Manara dovette, in conseguenza della nuova formazione, cedere il comando diretto del suo vecchio battaglione al capitano Cesare Bonvicini promosso maggiore ed altre promozioni e spostamenti furono fatti per dare al reggimento, il primo finora creato con Battaglioni Bersaglieri, la migliore possibile organizzazione. Questo fu fatto, sotto la ferma guida del Manara, con una tale rapidità e buona volontà da parte di tutti che indicano quanto fosse ormai alto lo spirito di corpo che animava capo e gregari: "... noi siamo ben fortunati di trovarci ora a Roma, dove il nostro onore si è finalmente riscattato e dove ci sembra di essere tornati ai cinque giorni di marzo" scriveva i quei giorni il fedelissimo Emilio Dandolo. Durante la breve sosta a Monte Mario ebbe luogo la manovra dilatoria francese, conosciuta col nome di "missione Lesseps", con conseguente tregua d'armi, di cui il Triumvirato credette poter trarre profitto per mettere fuori causa i Borbonici con un colpo definitivo. Il compito venne affidato al generale Rosselli, con Garibaldi in sottordine: errato connubio tanto più che si sapeva intercorrere fra i due relazioni fredde; ma si dovevano subordinare le regioni supreme della difesa a vieti pregiudizi: Rosselli era Romano! Garibaldi ebbe il comando del grosso della colonna. La sera del 16 maggio il Reggimento Manara, che faceva parte della Brigata comandata dal colonnello Luigi Masi, uscì da Porta S.Giovanni animato dal più ardente desiderio di concludere con un atto risolutivo la vittoria riportata a Palestrina. Ma l'azione, nonostante l'impazienza di Garibaldi, il quale intuiva che i Borbonici tendevano ad evitare la battaglia e a ritirarsi, fu condotta con tanta lentezza che egli finì col dimenticare di essere in sottordine. Il 19 mattina infatti, visto che i Napoletani stavano abbandonando i colli Albani, prese posizione di fronte a Velletri e mandò a dire al generale Rosselli di avanzare rapidamente perché intendeva tagliare al nemico la via di Napoli, spinse alcune ricognizioni oltre Valmontone dove, in impari forze, per poco non venne ucciso. Il Rosselli disapprovò l'audace disegno e la generosa indisciplina e, non volendo sacrificare tanti soldati per entrare un giorno prima in Velletri, solo all'alba del giorno seguente si decise a consentire che un plotone di Bersaglieri di Manara, comandato dal tenente Emilio Dandolo, si spingesse in esplorazione su Velletri, ma questi ebbe presto conferma che i Borbonici, approfittando della notte, avevano ormai completamente sgombrato in disordine la città, dove entrò senza contrasto. La previsione di Giuseppe Garibaldi si era avverata. La fusione fra Bersaglieri e Garibaldini era ormai saldissima e, quando il 22 maggio, la Brigata Masi, che riuniva la Legione Garibaldi e Bersaglieri Manara ebbe l'ordine di continuare l'azione sgombrando il territorio di Frosinone dai rimasugli delle colonne borboniche del generale Zucchi, la marcia fu ripresa lietamente, sebbene le giornate fossero state assai gravose ed i mezzi scarseggiassero sempre in misura maggiore: specialmente le calzature erano ridotte in modo deplorevole. Tuttavia il 23, la colonna, coi Bersaglieri in avanguardia, entrò in Anagni; il 25 era a Frosinone mentre lo Zucchi fuggiva frettolosamente e nella sera stessa Manara raggiungeva Ripi spingendo la quarta compagnia del capitano Rozat al confine borbonico, dove arrivava occupando Ceprano, subito raggiunta dalle altre tre compagnie del battaglione del maggiore Bonvicini. Il mattino successivo Manara passava il confine, ed essendo stato deciso l'attacco di Arce, il battaglione, rinforzato da alcuni lancieri di Garibaldi, riprendeva la marcia. A circa sei chilometri da Ceprano scoppiò lo scontro fra gli avamposti borbonici e la compagnia di avanguardia del Morosini; la resistenza dei borbonici fu breve e quando un'ora dopo i Bersaglieri si accingevano alla conquista della fortissima posizione su cui torreggiava Arce , anche questo paese era stato abbandonato. Era evidente che oramai i Borbonici erano in piena ritirata su tutti i fronti e Garibaldi vedeva la possibilità di mettere in atto l'ardito disegno da lui concepito che era di spingersi in audace marcia nel Regno di Napoli, sollevare le popolazioni ed abbattere la monarchia Borbonica. Ma le cose a Roma presero una piega negativa ed i generosi propositi dovettero essere abbandonati. L'ordine di tornare indietro perveniva il 26 da Mazzini a Garibaldi che, rattristato ma convinto della necessità della rinuncia, obbedì e riprese con la sua colonna la via di Roma. Manara vi giunse il 1° giugno. Nella prossima puntata: " La difesa di Roma " |
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