LUCIANO MANARA

Dodicesima puntata

L'EROICO EPILOGO

Chiamato da Manara, che, con sprezzo ammirevole della vita accorreva sotto il fuoco per dare ordini da un punto all'altro del ristretto ma micidiale fronte, giunse il maggiore Baroni con la 5.ta e 6.ta Compagnia, mentre la 7.ma era stata inviata al Vascello.

Calava quasi la sera, ma Garibaldi non si decideva a rinunciare alla conquista delle disputate posizioni; di intesa con Manara, volle invece fare un ultimo disperato tentativo. Ferrari e Mangiagalli alla testa di un gruppo di Bersaglieri di diverse Compagnie, riescono ad impadronirsi di Villa Valentini, mentre Manara con Rosagutti, Bronzetti, Dandolo, Emilio Morosini e Rozat, raggiungono il vestibolo di Villa Corsini. Tanto ardimento era destinato a cedere alla superiorità del numero ed alla forza delle posizioni: i francesi, ben trincerati, fulminarono gli assalitori; Bronzetti, Dandolo, Morosini furono feriti, altri gregari caddero ed anche quest'ultimo tentativo della sanguinosa giornata fallì.

Alla sera i francesi erano ancora padroni di Villa Pamphili e di Villa Corsini e Luciano raggiungeva Garibaldi al Vascello.

Il triste bilancio della giornata per i Bersaglieri di Manara segna perdite dolorose, particolarmente falcidiati furono i quadri giacchè gli ufficiali, sospinti dall'esempio del loro valoroso colonnello, non si erano davvero risparmiati: caddero, oltre al capitano Enrico Dandolo, i capitani Meloni e Viganotti, i tenenti Zanetti, Scherani, Loreto, Bacci, Cazzaniga, Mezzari, Santini e Covezzi, fu ferito mortalmente il capitano Rozat e molti gregari consacrarono col loro generoso sangue la giornata del 3 giugno che avrebbe dovuto essere di semplice attesa ed ebbe invece conseguenze decisive per le sorti di Roma. Il tranello teso dall'Oudinot con la riportata lettera aveva conseguito completo successo.

L'azione di Garibaldi in quel giorno fu variamente commentata: Emilio Dandolo, il cui animo era ancora angosciato per la perdita del fratello Enrico, disse che: " Si chiarì tanto inesperto generale di Divisione, quanto nelle scaramucce e marce contro i Napoletani si era mostrato abile ed avveduto capobanda". Gli attribuì di aver impiegato a spizzico specialmente i Bersaglieri e la Legione Italiana, accanendosi con forze insufficienti contro le fortissime postazioni francesi di Villa Corsini.

Occorre però tener presente che egli assunse il comando quando già la situazione era compromessa per il colpo di mano dei francesi, quando le truppe, nell'illusione che l'armistizio ancora valesse per un altro giorno, erano disperse e lontane e che infine il Rosselli, comandante in capo, non soltanto non esercitò azione alcuna di comando durante tutta la giornata, ma si mostrò anche molto esitante nel far affluire le forze a Porta S.Pancrazio, timoroso forse che i francesi potessero simultaneamente attaccare in altri punti della città. Su questi fatti, comunque, ebbero evidente influenza l'arruffata situazione militare e politica in cui la Repubblica Romana in quei gravi giorni si dibatteva, è certo che Garibaldi, conoscitore degli uomini e del loro valore sul campo, nella relazione sulla giornata del 3 giugno scrisse: "...i nostri, specialmente i Bersaglieri di Manara e la Legione Italiana andarono più volte a caricare petto a petto il nemico. Gli ufficiali tutti mostrarono immenso coraggio e si resero degni di ben meritati elogi".

Ma una più lusinghiera prova di stima doveva dare in quei giorni Garibaldi a Luciano perché, essendo rimasto ferito il colonnello Marocchetti, comandante della 1.a Brigata della sua Divisione egli, con apposito ordine del giorno, ne affidò a lui il comando.

Luciano, che aveva a malincuore lasciato il comando diretto del suo Battaglione per la promozione a colonnello, e che aveva dato la sua anima  a tutte le imprese, non certo per ambiziose aspirazioni, corse a Villa Savorelli e pregò Garibaldi di esonerarlo dalla carica. Egli aveva dei gradi militari una concezione assai più elevata, fatta soprattutto di coscienza e di senso di responsabilità; non li considerava solo ricchi ricami, e di questo aveva già dato prova subito dopo le Cinque Giornate. Si sentì però infinitamente fiero della grande prova di stima che Garibaldi gli aveva voluto dare e, quando questi gli disse che lo avrebbe almeno voluto vicino come Capo di Stato Maggiore, al posto del colonnello Daverio, caduto pure combattendo, rimase per un istante interdetto alla inattesa proposta. Mentre essa tanto lo lusingava, gli veniva a togliere il comando dei Bersaglieri Volontari che aveva creato e che considerava come la sua grande famiglia. Ma Garibaldi aveva internamente conquistato il suo animo ed accettò.

Qualcuno della vecchia guardia che aveva il nostalgico ricordo di Porta Tosa lo criticò, tanto più che si poteva pensare che non sarebbe andato sempre d'accordo col suo generale.

Si strinsero sempre più i legami fra quelle due grandi anime che in un primo tempo erano apparse tanto diverse e si sarebbe detto che pur avendo in comune le idealità finali, avrebbero tenuto vie differenti per raggiungerle. Ma era purtroppo destino che quella mirabile unione dovesse avere breve durata ed eroico scioglimento.

***

Con la situazione derivata dalla infausta giornata del 3 giugno, la difesa di Roma era ormai fatalmente compromessa: poco valeva l'unica posizione rimasta fuori Porta S.Pancrazio costituita da Casa Giacometti e dal Vascello e i francesi, sin dal 4 si misero senza tregua ad rafforzare le posizioni conquistate ed aprire trincee e parallele di approccio.

Ai difensori, invece, mancavano molti mezzi, specialmente scarsissima era l'artiglieria: inoltre, in luogo della indispensabile unità di criteri di comando e di una autorità regolatrice delle varie attività e delle singole iniziative, molti e vivaci erano i contrasti anche di indole tecnica, specialmente fra Garibaldi ed il colonnello Amadei del Genio, a tutto danno dell'organizzazione della resistenza. A difendere le posizioni avanzate compreso il Vascello, Garibaldi mise il giovane e valorosissimo generale Giacomo Medici con la sua Legione, rinforzata dai Bersaglieri di Manara e qualche altro reparto, col compito di opporsi ad eventuali tentativi di avanzata nemica e proteggere i lavori di rinforzo della cinta muraria.

Nella notte dal 29 al 30 giugno: l'Oudinot, consapevole dell'enorme superiorità delle sue forze, decise di entrare a Roma. Pensava di poter trarre vantaggio dalla sorpresa, data la coincidenza che, ricorrendo in quel giorno la festa di S.Pietro, non si sarebbe del tutto rinunciato ai tradizionali festeggiamenti popolari e che quindi la vigilanza sarebbe stata meno stretta. Ma non era così; agli avamposti non solo tutti erano ben desti, ma, cosa mirabile, che tutti sapevano che non si trattava più di vincere, ma di affrontare serenamente ogni rischio e la morte stessa, perché la fine del dramma fosse degna della tradizione di Roma.

"...c'è in tutto questo, qualcosa di veramente epico, e non è vana retorica il pensare che sugli spalti di Roma in quelle ore fortunose, più che combattere una battaglia si stava per compiere, a costo di sangue generoso, una grande cerimonia propiziatrice per i destini d'Italia! Ad essa tutte le province della penisola avevano mandato i loro figli, dai Trentini del capitano Baroni, ai Bolognesi di Pietramellara, dai Siciliani di Nicotera, ai Lombardi e Piemontesi di Manara."

L'Urbe sarebbe caduta romanamente, ne facevano fede Medici dal Vascello, Manara da Villa Spada, Garibaldi dal Gianicolo.

I francesi attaccarono nel cuore della notte su due colonne seguite da potenziali rincalzi; essi tendevano a sopraffare anzitutto la tenace resistenza della posizione avanzata di Villa Spada, aprirsi poi, con la seconda colonna, un varco nelle mura ed entrare in città.

Villa Spada fu circondata e non si trattava più, per Manara e per i suoi eroici Bersaglieri, che di vendere cara la vita. 

Lettera di Emilio Dandolo a Carmelita Fe

La sua morte fu come l'ultimo guizzo della disperata resistenza; Garibaldi, che sin dal principio si era portato in prima linea, dolorosamente colpito dalla sorte toccata al suo collaboratore che aveva preso ad apprezzare e fraternamente amare, fece ancora da Villa Spada un ultimo assalto, ma poi, vedendo che tutto oramai crollava, mandò l'ordine al Medici, che si sosteneva ancora miracolosamente al Vascello, di ripiegare.

Aveva così fine l'epica difesa della Repubblica Romana sulla cui leggendaria storia grandeggia, fra le più fulgide figure, quella di Luciano Manara.

Il 2 luglio 1849, l'Assemblea Costituente della Repubblica, votava all'unanimità la cessazione della difesa. Contemporaneamente si svolgevano i funerali di Luciano.

La cara salma, portata a braccia dai suoi Bersaglieri e seguita dai superstiti del Reggimento attraversava le vie di Roma sino a S.Lorenzo in Lucina, dove Padre Ugo Bassi recitò l'elogio funebre.

Rievocando la mistica scena ci sentiamo ammirati e commossi e, ad oltre un secolo e mezzo di distanza, il nostro animo ci suggerisce di compiere il rito della continuità:

Luciano Manara: Presente!

 

Ringraziamento

Biblioteca Civica Città di Varese