
ENRICO TOTI
Seconda puntata
IN GIRO PER IL MONDO
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Appena rimessosi in salute, riprese l'esercizio fisico e, con una forza ed una tenacia ammirevoli, addestrava il suo corpo a sopperire al membro mancante con l'agilità e la vigoria degli altri. Riuscì persino, in quelle condizioni, ad arrivare tra i primi in una gara internazionale di nuoto, a Roma, per la traversata del Tevere e a vincere una medaglia. Con non lieve sacrificio finanziario si procurò un arto artificiale, ma lo usava solo per passeggiare o uscire a teatro, di cui era appassionato amatore, ma il più delle volte si serviva della stampella o, seppure menomato, la bicicletta. Non soltanto nel ritrovato movimento egli assaporava lo scopo e la gioia di vivere ma continuava da solo a studiare ed il suo ingegno vivace e multiforme lo spinse a cercare e a trovare numerose invenzioni, i cui brevetti sono tuttora conservati, e stanno a dimostrare ancora una volta, la ricerca di una attività che riempisse la sua vita e desse sfogo all'esuberanza della sua natura. Nel 1911 pubblicò un opuscolo, e nella prefazione così scriveva: "... Nel dare alle stampe il presente lavoro non ho altra mira che quella di render più facile alla gioventù la strada diretta che conduce alla felicità e alla piena soddisfazione della propria coscienza. Ordinariamente chi nella vita si dedica al raggiungimento di un grande ideale ha dei periodi di abbandono, di sconforto, quasi di disperazione: il dubbio crudele, atroce, lo segue dovunque e in un momento di rilasciatezza infinita si domanda se val meglio abbandonare tutto e darsi per vinto. No! Il mondo ha bisogno di uomini forti che sappiano resistere! La gioventù volenterosa troverà in queste poche pagine non solo spianata la strada, ma avrà pure il mezzo di rendersi conto del proprio essere e sorpassare con fierezza tutte quelle difficoltà, che la natura ha posto tra noi e il benessere ". La sua anima aveva saputo superare le difficoltà e nella sua ingenua bontà, voleva indicare ad altri la via da seguire per raggiungere a tutti i costi la felicità. Nel settembre di quello stesso anno Toti inforcava la sua bicicletta e, con la fida stampella accanto, si accingeva a compiere il giro del mondo: solo, senza risorse, fidando unicamente nella sua resistenza fisica e nel suo spirito di iniziativa. La prima tappa fu la Francia dov'era conosciuto per le sue invenzioni, che all'Espozione di Parigi avevano ottenuto successo, medaglie d'oro e di bronzo, svariati diplomi di merito. Anche nel Belgio lo strano ciclista ebbe le più simpatiche accoglienze. In Danimarca si arrivò persino a mettere il suo ritratto fra quelli di Casa Savoia, e non si sapeva allora di accostare così ai sovrani il simbolo di un miracolo tipicamente italiano, della stirpe mutilata che risorge più ardita e forte di prima. Percorse l'Olanda, la Germania, la Svezia, la Norvegia, la Finlandia, la Russia, la Polonia, l'Austria. Durante il viaggio egli si guadagnava la vita coi mestieri più disparati: caricaturista, pittore istantaneo, venditore di cartoline. Ma non mancarono certo le disavventure. Il 19 gennaio 1912, Enrico scriveva da Steintrass: "...Sono rimasto bloccato due giorni per il ghiaccio in una casetta di campagna, e dopo quindici chilometri di strada, sono giunto a Steintrass cadendo lungo la via più di venti volte. Ma sono cadute leggere e sulla neve non mi faccio male; mi rialzo e via di nuovo in " , e il 9 Febbraio: "...Quest'oggi è la terza volta che mi fermo: un vento fortissimo mi rende impossibile di proseguire, mi prende di fianco ed io mi sforzo a tenermi in equilibrio sulla bicicletta. La neve si è liquefatta, ma c'è fango, in cui le ruote si affondano! ". A Dusseldorf si unì con un compagno tedesco ma qui l'improvvisato amico lo derubò del suo gruzzoletto ed Enrico tornò ad essere solo, con un po' di amarezza nel cuore. A Stoccolma la neve gli impedì di proseguire subito ed egli, durante il forzato soggiorno in quella città, diede anche lezioni di italiano. Un'altra sosta forzata dovette farla in Lapponia, dove condivise alcuni giorni la vita delle popolazioni locali. Ovunque Toti studiava i paesi e i popoli, proponendosi di trarne profitto e passava nel mezzo delle città con una fascia tricolore al braccio, vessillo di ammirevole italianità. Ma a Vienna, gli si impose di togliersi il bracciale tricolore perché ricordava alla polizia troppi tristi episodi. Toti si ribellò e, piuttosto che cedere all'imposizione, troncò il suo giro ciclistico, rientrando col treno in Italia. Il 4 giugno scriveva da Pontebba: "... Sono in Italia, finalmente! Viva l'Italia! Viva gli Italiani! Stanotte, nel treno, mentre ero ancora fra stranieri, mi veniva da ridere e da piangere dalla contentezza, pensando che fra poco avrei rivisto la mia Italia! ". Ma il riposo in Patria non fu lungo: nel gennaio dell'anno successivo egli iniziò un altro viaggio; questa volta si diresse a sud con lo scopo di raggiungere il paese dei Niam-Niam. Dal Cairo, prima di mettersi in cammino per il deserto, scriveva: " ... Sto passando il mio quarto d'ora di celebrità e guadagno tanto da poter mantenere tutta la carovana col mio solo lavoro. Non ho un minuto di tregua; spero però, appena comprate le armi, di partire subito, e nel deserto prendere un po' di riposo. questi arabi hanno dei Niam-Niam una paura indiavolata; quante storie e leggende su questi antropofaghi! E figurati che più me li descrivono terribili più mi vien voglia di stringer loro la mano! ". Ma raggiunto il centro del Sudan, le autorità inglesi non gli permisero di proseguire, considerando la sua impresa folle. Toti ritornò allora in Italia e si dedicò a una piccola industria di lavori in legno, che gli dava una certa agiatezza. Pareva che si fosse adattato ad una vita più tranquilla, ma ecco imminente un'altro grande evento. La Grande Guerra. Nella prossima puntata: " Incontro alla guerra " |