ENRICO TOTI

Terza puntata

INCONTRO ALLA GUERRA

Fra i primi egli era sceso in piazza a gridare con i più accesi interventisti; anch'egli con gli altri aveva imprecato contro l'Austria, che ancora teneva assoggettate Trento e Trieste e auspicato il momento di poter riprendere la guerra dei padri contro la secolare nemica.

Ma quando finalmente anche l'Italia era entrata nel conflitto, egli si era trovato messo in disparte e dichiarato inabile. Avrebbe dovuto veder partire gli altri con l'agognata divisa e restarsene tranquillo a Roma intento al suo lavoro; avrebbe dovuto leggere sui giornali, sapere dagli amici più fortunati le vicende delle battaglie, sentirne nel cuore il richiamo malioso di morte e di gloria e subire l'impotenza del suo corpo mutilato. Ma era certo che avrebbe potuto fare qualche cosa anch'egli e per tre volte indirizzò al Ministero della Guerra domanda di arruolamento: ne ebbe tre categorici rifiuti.

La sua pena era così grande che vinceva l'abituale orgoglioso riserbo e ben presto maturò nella sua mente un incrollabile proposito: sarebbe partito ugualmente, sarebbe andato dove si combatteva, tanto avrebbe fatto, pregato, lavorato, che lo avrebbero lasciato rimanere.

Si fece fare una divisa militare e con la bicicletta a cui era attaccata la stampella e una bandiera tricolore, partì. Oltrepassò il vecchio confine da Palmanova, attraversò il ponte sull'Aussa e in un caldo pomeriggio di fine giugno del 1915, Enrico Toti arrivò al fronte. 

Le vie erano deserte, i negozi chiusi e i pochi rimasti guardavano stupiti lo strano ciclista vestito da soldato senza mostrine né stellette che pedalava con una gamba sola. I carabinieri lo fermarono e lo condussero al Comando Tappa. In una stanzetta terrena della villa, gli si domandò chi era, che cosa voleva, dove andava. Egli rispose calmo, con tono sincero e appassionato che dava forza di verità alle sue parole: "...Voglio entrare per primo a Trieste e piantare sul colle di S. Giusto questo tricolore romano. Cosa importa se mi manca una gamba? Sono agile: mi arrampico come uno scoiattolo, striscio come una biscia, nuoto come un pesce, so sopportare la fame e la sete, non temo pericoli. Posso passare inosservato attraverso le linee nemiche e in tre giorni andare e tornare da Trieste! ".

Lo stupore di chi lo ascoltava e l'iniziale incredulità cedeva a poco a poco il posto alla commozione. Luigi Re, che era tra i presenti, annotò in seguito sul suo taccuino: " Vivo o morto, Toti passerà alla storia! ".

Il maggiore Lanino ne ebbe una simpatica impressione e, contrariamente a tutti i regolamenti, ordinò che gli si desse una gavetta e gli si facesse posto nella cantina dove dormivano gli attendenti degli ufficiali addetti al comando.

La mattina seguente Enrico aveva già trasformato il suo angolo in un piccolo altare: aveva steso sulla parete una striscia tricolore e vi aveva incollato sopra il ritratto di Guglielmo Oberdan. Scriveva poi a casa: " ...stavo per entrare in trincea presso Cormons; venni scoperto, fu avvertito il generale e la Tenenza dei carabinieri mi indirizzò per una strada più breve. Ora sono poco lontano dall'Isonzo, dopo aver passati ponti distrutti dagli austriaci durante la loro coraggiosa fuga."

Nella prossima puntata: " Soldato a tutti i costi"