ENRICO TOTI

Settima puntata

ENRICO TOTI E' BERSAGLIERE 

Intanto che attendeva con ansia le decisioni del Duca D'Aosta, Toti peregrinava di trincea in trincea sempre nei settori più esposti e per un certo periodo di tempo rimase coi fanti della Brigata Aqui al comando del generale Paolini. Allora scriveva alla famiglia:  "... ho cominciato il mio servizio e sono ben orgoglioso di poter dare la mia opera alla Patria. Io sempre nei forti bombardamenti vado a prendere il posto più avanzato, e che vedetta sono! Se un solo austriaco osasse venire all'assalto il mio allarme sveglierebbe anche i morti. Posso compiere il mio dovere e sono soddisfatissimo. Cos'è per me la morte? La vita è bella, ma la morte è bella anch'essa quando si sa ben morire. Amo la mia Patria: la mia vita, la mia energia e il mio coraggio ho consacrato a lei; però non voglio essere un folle temerario, voglio essere utile sin alla fine e spero che la mia stella mi protegga. Se questa santa causa ha bisogno anche del mio sangue, esultatene; perirò da eroe, coll'immagine della mia famiglia impressa nel cuore e son certo che ne andrete orgogliosi. "

Ma il suo sogno era quello di essere Bersagliere: egli si proclamava figlio spirituale di Lamarmora e di Manara e finalmente fu accolto dal colonnello Razzini nel Terzo Battaglione Bersaglieri Ciclisti. Quella sera lo videro comparire a Cervignano raggiante con in testa un berretto piumato. Dopo qualche giorno però Toti confidava la sua pena, perché alcuni Bersaglieri, tra i quali, come tra gli altri, stava facendo breccia la nefasta propaganda sovversiva, lo avevano insultato e schernito. Ma la sua malinconia durò poco e disse ad un amico:

 - Poveretti! Non hanno tutti i torti perché sono da tanti mesi che combattono e sono stanchi. Forse credono che io abbia solo delle parole, ma quando s'accorgeranno che voglio dividere con loro le fatiche e il pericolo, non faranno più così. Tra quindici giorni li avrò trasformati, so come bisogna trattare i soldati per conquistarne il cuore, per formare in essi una coscienza.

Ed Enrico con la sua gentilezza, la sua generosità, la sua allegria, si faceva voler bene; con il suo coraggio trascinava i timidi e i paurosi; con la sua parola semplice, piena di ardore e tutta pervasa dal grande amore per la Patria, convinceva ed entusiasmava.

Anche se egli non fosse poi perito nel gesto sublime che ne ha immortalato il ricordo, molto gli avrebbero dovuto ugualmente gli italiani: egli passava tra i soldati come una fiamma purissima che tutto accende e riscalda.

Ogni mattina egli andava in linea dai suoi Bersaglieri sempre ricordandosi di quello che il giorno prima gli avevano chiesto. Passava la giornata con loro e non era raro, nei momenti di tregua, vederlo seduto in terra, circondato dai soldati analfabeta , leggere loro il giornale, commentando le notizie sempre con appassionato amor patrio, esaltando la santità del dovere e la bellezza del sacrificio.

Quando poi c'era da lavorare era pure il primo ed il più attivo: con la vanga in mano e appoggiato ad un muretto o a un sacco o a qualsiasi altro sostegno, scavava gallerie, ammonticchiava ripari.

Aveva anche incarichi speciali e ne scriveva a casa: " Aiuto i soldati, aiuto le loro mamme girando alla ricerca dei dispersi. Per questo servizio debbo recarmi in trincea. Se c'è un bombardamento o un attacco non scendo, rimango con i combattenti, alla loro testa. Il pericolo non mi spaventa: resto diritto, impavido e consiglio la calma ed il sangue freddo. Dico: - Prima di voi colpiranno me, abbiate fede e coraggio!- Ad azione finita scendo e ritorno a Cervignano ".

Quando i suoi Bersaglieri combattevano, nei periodi di azione, egli non scendeva al Comando Tappa e rimaneva con loro anche la notte: " Sono in trincea con i miei cari compagni, i Bersaglieri del Terzo. Il Terzo Ciclisti, se non lo sai, è il più valoroso ed io sono con loro a dividere la loro gloria. Fino all'ultima stilla del mio sangue sarò al mio posto e sarò di ammonimento a quanti parlano di codardia e di viltà. Qui si scherza con la morte e la si considera un avversario di nessuna importanza... Sappi, cara mamma, che gli eroi muoiono tutti e per una causa provvidenziale non soffrono: è un esempio di fulgido splendore che gli uni danno agli altri più timidi e meno coraggiosi".

Finalmente il 6 aprile 1916, sebbene non potesse essere regolarmente immatricolato da nessuna parte, gli furono conferite le stellette ufficiali e ciò lo rese pazzo di gioia. Era il coronamento di un sogno tanto atteso.   

Nella prossima puntata: " Con la Brigata Pinerolo"