ENRICO TOTI

Ottava puntata

CON LA BRIGATA PINEROLO 

Lo incontrò allora Pietro Bolzon, noto scrittore il quale scrisse di lui chiamandolo : il mio mutilato di quota 70.

" Fu nell’aprile del 1916 quando Enrico Toti comparve nei nostri baraccamenti di seconda linea presso quota 59 tra Selz e San Paolo. Faceva allora servizio di semplice ciclista presso il Comando d’Armata, ma la sua fama s’era, non so come, diffusa fra i fanti che sapevano tutto tra il San Michele e il mare, apparendo assai strano, che ci fosse un mutilato così avido di esporsi nella terribile zona, mentre tanti sani cercavano di annidarsi nelle retrovie o di... esulare.

M’imbattei in Toti, a ridosso del Canai Dottori presso la villa dell’Ammiraglio, in una di quelle mattinate serene di tepido silenzio, in cui gli austriaci parevano metter tregua alla rabbia della fucileria e dell’artiglieria, quasi per concederci insidiosamente l’illusione della gioia e della pace.

Lo trovai in mezzo a un gruppo di soldati seri, barbuti, laceri, con tanto di pipa in bocca ed elmetto di traverso, che stavano intenti ad ascoltarlo per non so quale motivo.

II mio sergente, un pugliese anziano del Carso, passando in quel momento, mi ammiccò dell’occhio e mi fece:

-So’ pasticci!...

-Perché?

-Eh, tenente, quando appare quell’originale è prossima l’avanzata. Si tratta di un bizzarro tipo, che fiuta l’assalto e vuol crepare ad ogni costo! Tutti i gusti sono gusti. Quando compare lui, è bufera vicina. Già!... Vive presso i Comandi: sa in anticipo le azioni ed accorre dove c’è più da lavorare!... Felice lui!...-

E s’allontanò masticando un mezzo sigaro e brontolando.

Bisogna notare che i fanti in quel periodo di operazioni facevano la guerra senza lirismi. La sanguinosissima e sterile avanzata dell’ottobre pesava sulle loro anime come un incubo. Si considerava la guerra come una bisogna dura, dolorosa che era necessario superare stoicamente. Si trattava di vecchie brigate, avvezze ormai alla danza del fuoco, al martellamento, al logorio, alle sortite feroci nelle azioni notturne, al seppellimento triste dei loro morti.

In quella atonia ferocemente obbiettiva e pratica, tutta tecnica aggressiva, la comparsa di quell’uomo rozzo, dal volto duro e dagli occhi appassionati, costituiva un elemento fuor dell’ordinario che destava la curiosità di tutti. Ricordo che mi accostai al gruppo e che il mutilato, con mia sorpresa, balzò diritto sull’attenti (sebbene in trincea fosse abolito il saluto) con una elasticità insospettata. Atletico, guardandomi in volto con un’espressione di volontà ostinata e di preghiera rispettosa. Mi chiese:

-Tenente, ho saputo che il battaglione va in linea domani: desidererei tanto venir su anch’io... Sono venuto in zona di operazioni per questo-

E vedendomi sorpreso incalzò :

-Non badi alla mia disgrazia... So far di tutto. Ho girato in questa condizione mezzo mondo. E una mutilazione antica alla quale sono ormai abituato. Ho fatto tutti gli sport vincendo gare di biciclette, di nuoto. Sono ancora un bersagliere capace di battermi... Voglio anch’io ammazzare una certa quantità di quei magnasego-

I soldati risero; io gli tesi la mano e... m’innamorai del caso singolare e formulai il proposito di aggregarlo fuori ruolino nella mia Compagnia, stimando che la presenza di quel soldato eccezionale avrebbe elevato lo spirito delle truppe e avrebbe costituito un incitamento per tutti i passivi della trincea. « Comandavo allora la prima compagnia del primo battaglione del XIV Fanteria (Brigata Pinerolo) agli ordini dell’eroico Magg. Rizzo. Il mio Comandante fu restio e diffidente dapprincipio, malgrado le lettere di S. A. Reale il Duca d’Aosta, che il Toti esibiva per delineare la sua vera posizione morale. Mi opponeva ragioni pratiche, partendo da un opposto punto di vista: temeva che la presenza di un invalido, colla sua discutibile efficienza fisica, potesse costituire un intoppo in un caso d’azione fulminea o di offesa o di sorpresa. Nè erano infondati gli scrupoli dappoiché la posizione che dovevamo tenere e difendere era una delle più terribili, e non rimaneva che tenerci aggrappati ai sassi a pochi metri dal nemico nella più insanguinata e desolata zona di tutto il basso Carso, battuto dalla febbre e dalla strage. Fui io che infransi l’indugio assumendo ogni responsabilità e il giorno dopo Toti era con me, sopra il Selz, nel settore tracciato sui gallinai a difesa del tamburo dei bersaglieri.

Il Toti si mescolò ai soldati al punto da farsi ammirare ed amare.

Divenne ben presto un simbolo maschio e magnifico di popolo combattente e i fanti lo sequestravano gelosamente come pagina vivente del loro oscuro eroismo.

Così posso testimoniare d'averlo veduto per un mese non accettare riposi o cambi, passare dalla prima alla quarta, alla settima compagnia, primo nella fatica e nel rischio, pronto sempre nei contrattacchi notturni durante le vigilie penose, sostituendosi ai soldati addormentati, rincuorando gli incerti, facendo all'imbocco di una caverna ricovero una propaganda intensa di patriottismo vissuto e di sentimento armato. Nessuno potrà dimenticare quel lavoro umile, devoto, onesto, tenace. In quelle giornate arse, tragiche, angosciose, egli certamente rivelò la parte più squisita di sé. Era il narratore pittoresco delle sue imprese, era l'irradiatore sicuro della sua volontà, era il soldato-nato che cercava d'innamorare delle gesta gli umili fratelli.

Una sera il Colonnello Razzini dei Bersaglieri ciclisti, di passaggio col suo reparto per Monfalcone, noto ammiratore e amico del nostro battaglione di ferro, s'inerpicò fino ai nostri ripari. Cercò Rizzo e gli reclamò il bersagliere Toti.

Per il valoroso fu una festa quella sera. Forse aveva un presentimento. Il Colonnello Razzini accomiatandosi ci diceva :

-Sarà la nostra Mascotte!

Era la morte, era la gloria che lo attendeva a quota 85 ! Poche settimane dopo apprendevamo per bocca dei superstiti il cruentissimo fatto d'arme e l'epico suo gesto nel rovesciarsi fulminato.

La fine era stata degna dell'iniziazione ».

   

Nella prossima puntata: " Quota 85"