ENRICO TOTI

Nona puntata

Quota 85 

Intanto la guerra continuava aspra, insidiosa, sanguinosa.

Con lavoro assiduo, celate manovre, diversivi cruenti ed eroici si andava preparando l'offensiva che doveva condurci alla presa di Gorizia.

L'inizio della battaglia vittoriosa era fissato per il 6 agosto, ma doveva essere preceduto, nella zona di Monfalcone, da un attacco che impegnando le forze nemiche, ne avrebbe distolto una buona parte dall’azione principale.

Gli austriaci, che avevano abbandonato la tormentata città fin dal 1915, si erano fortemente trincerati nelle colline ad est e a sud di Monfalcone: quota Pelata, quota 85, quota 93, quota 77, quota 121, quota 144... Piccole alture senza nome monotonamente squallide e spoglie, piccoli calvari intrisi di sangue, bruciati dal fuoco, cosparsi di ferraglia, ripetutamente strappati palmo a palmo al nemico, riperduti sotto la sua furia bestiale, riconquistati con mille eroismi oscuri, con mille ardimenti magnifici!

Il mattino del 4 agosto alle 10 antimeridiane l'artiglieria nostra aprì il fuoco sulle munite posizioni nemiche dal Monte Sei Busi al mare.

Alle quattro del pomeriggio le fanterie della XVI Divisione balzarono all'assalto di quota Pelata e quelle della XIV di quota 85 e 121.

Sulla quota Pelata due battaglioni della Brigata Lazio riuscivano ad espugnare la prima linea di trinceramenti, spingendosi anche verso la seconda, ma a sera i fanti, investiti dal fuoco violentissimo e dal lancio di bombe con gas venefici, furono costretti a ripiegare.

Le truppe della XIV Divisione, animate dall'eroico generale Chinotto, avevano pure vinto la resistenza nemica nelle trincee di quote 85, 6, 121, ma anche esse avevano poi dovuto abbandonarle seminate di morti.

L'attacco doveva essere ritentato il giorno sei, concentrato su quota 85. Le truppe sarebbero state disposte su tre colonne: a destra un battaglione del 56° Fanteria, al centro l’XI e a sinistra il III battaglione Bersaglieri ciclisti.

Fra questi ultimi era Enrico Toti.

Il 4 agosto egli era sceso ancora a Cervignano al Comando di Tappa. Era lieto e a colazione aveva chiesto a Luigi Rè la sua macchina fotografica, dicendo: 

-Porterò delle foto impressionanti dei Bersaglieri all'assalto!

Poi in giardino aveva confidato ai più intimi con aria di mistero:

-Sapete la novità? Il Maggiore mi ha promesso di lasciarmi uscire dalle trincee coi Bersaglieri la prima volta che andranno all'assalto.

Tutti verranno con me e sarà prestissimo!

Ne era fiero e felice. Quel giorno scrisse molte cartoline e una lettera pure alla madre:

« Fra poco ci sarà una grande offensiva e sono più che sicuro di scriverti da Gorizia... »

Più tardi però, quando il Rè gli portò la macchina fotografica richiesta, Toti ebbe un'esitazione:

-E... se non torno?

Non volle prenderla assicurando di avere scherzato domandandola e poi disse all'amico:

-Mi faccia invece lei una foto!

« Dominato da un presentimento sinistro volli incidere la data sulla negativa della foto che conservo tra i più cari ricordi di lui e dalla quale Toti mi guarda col suo sorriso buono che mi fa inumidire le ciglia e dalla quale mi dice tutto il poema della sua bella anima: tante cose forse nessuno in lui aveva compreso, il presagio che l'uno all'altro in quel momento abbiamo taciuto ».

Il 6 agosto, come era stato stabilito/alle tre e mezza, dopo una intensa azione di bombarde e lancia fiamme sui reticolati nemici, i Fanti e i Bersaglieri uscirono all'assalto.

Le colonne del centro e di sinistra raggiunsero con impeto irresistibile i trinceramenti austriaci e impegnarono coi difensori un violento a corpo a corpo, conquistando circa 200 metri di terreno.

La colonna di destra, per il violentissimo, fuoco di mitragliatrici che la prendeva d'infilata, non aveva potuto assolvere il suo compito e completare l'aggiramento della quota, cosicché la posizione dei Bersaglieri era diventata anche più difficile e pericolosa.

Enrico Toti, che all'inizio dello scatto era uscito tra i primi e saltellando prodigiosamente sulla sua stampella, incurante del grandinare delle palle, incitando continuamente i compagni, era tra i primi arrivato alla trincea nemica, non aveva poi cessato un momento di prodigarsi, montato sul muretto e imbracciato un fucile, aveva iniziato un rapidissimo fuoco sui nemici, continuando a gridare:

« Avanti, Bersaglieri, avanti! Viva l’Italia ! »

Un primo colpo lo raggiunse, un secondo, ma egli non si mosse. Un terzo lo gettò violentemente a terra. Allora Toti afferrò la sua ormai inutile stampella e sollevandosi con lo sforzo spasmodico di tutti i muscoli la scagliò contro il nemico in una sfida suprema.

Ricaduto estenuato al suolo, avvicinò lentamente alle labbra il piumetto del suo cappello e su di esso, sorridendo, in un lievissimo bacio esalò l'ultimo respiro.

A sera la trincea nemica era saldamente in nostro possesso e i superstiti seppellivano muti l'Eroe nella terra conquistata, in mezzo ai compagni che lo avevano seguito nella morte.

Nel buio della notte, poi, il dolente corteo dei feriti arrivava alle retrovie e vi portava la triste e mirabile novella.

-E Toti?

-Chi? Lo zoppo?

-Quello della gruccia?

-Era sulla trincea nemica e sparava!

-Era ferito e sparava!

-Sanguinava e gridava; Viva l'Italia! Avanti!

-Quand' è caduto ha lanciato anche la sua stampella contro i nemici!

-Ha baciato il piumetto prima di morire!

-Sorrideva!

-È morto da eroe!

La narrazione del gesto sublime correva di bocca in bocca: empiva d'ammirazione i superstiti, faceva fremere i morti nelle loro fosse, attenuava il gemito sulle labbra contratte dei feriti, non era più la storia di un uomo, ma la leggenda di un mito eroico che assurgeva alla forza di un simbolo.

La gruccia di Enrico Toti gridava ancora: avanti! Avanti!

Poco dopo, dalle grotte del Carso, dai valloni, dalle doline, dalle trincee in fiamme si rispondeva: Vittoria! Vittoria!